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LA NOSTRA IGNORANZA È STATA PIANIFICATA CON GRANDE SAPIENZA

Di Renato Piccini, Paola Ginesi | 21.08.2019


LA NOSTRA IGNORANZA È STATA PIANIFICATA CON GRANDE SAPIENZA [1]

L’elemento più violento della società è l’ignoranza

Emma Goldman

Il rapporto tra poteri dominanti e ignoranza si fa sempre più stretto, a scapito di democrazia, convivenza sociale, libertà, doveri e diritti dei cittadini.

Potere + ignoranza è una combinazione ad alto rischio per la democrazia, per ogni aspetto civile e umano di una società: l’ignoranza è un’ottima alleata di forze reazionarie e antidemocratiche.

Quanti italiani esercitano “il diritto a sapere”? quanti avanzano perplessità, esigono spiegazioni su decisioni politiche ed economiche? quanti sanno motivare scelte, voto, prese di posizione?

“L’informazione veritiera è un diritto e non un lusso”, come sembra essere diventata: ma quanti vogliono davvero essere informati? quanti non hanno alcun problema di rinunciare a questo “lusso” che ritengono assolutamente superfluo?

Una stampa, una televisione libere (non certo predominanti in Italia) sono inutili quando la maggioranza della gente è “ignorante”, peggio ancora, sembra rivendicare il proprio “diritto all’ignoranza”, ad essere lasciata in pace da “fanatici” di ogni tipo e da quegli intellettualoidi che, come fastidiose Cassandre, mettono in guardia contro chissà quanti pericoli!

Da questa ignoranza voluta, non si può pretendere “buon senso”, un dubbio, un interrogativo, un accenno di analisi, qualche idea personale… si diffondono così sempre più discorsi e posizioni violente, irrazionali, antisociali.

Dall’ignoranza nasce gran parte delle difficoltà per comprendere la realtà del proprio paese e del mondo, per prendere posizione, per agire in vista del bene comune, per raggiungere l’obiettivo di creare società aperte, in continua crescita di razionalità, laicità, diritti, umanità.

La manipolazione delle coscienze non è certo una novità: in ogni momento storico, e pressoché da parte di tutte le correnti di pensiero, si cerca di “entrare” nel subconscio della gente (e logicamente quella “ignorante” ha meno difese) per rafforzare i propri interessi politici, economici, religiosi, sociali, etici.

In tempi lontani, Emiliano Zapata affermava:

«L’ignoranza e l’oscurantismo in tutti i tempi hanno prodotto greggi di schiavi per la tirannia».

E Andrea Camilleri:

«L’italiani non amano sintiri le voci libbire, le virità disturbano il loro ciriveddro in sonnolenza perenni, preferiscino le voci che non gli danno problemi, che li rassicurano sulla loro appartenenza al gregge»[2].

Con la progressiva crescita dell’ignoranza, in senso relativo e assoluto, le vittime del degrado democratico e sociale non si rendono conto di divenire “complici” di un progetto che ostacola un reale progresso, di dare il proprio contributo a decisioni che colpiscono la loro stessa esistenza, in una percezione (tipica dell’ignorante) che non fa sentire nessuno responsabile in questo preoccupante “sonno della ragione”.

L’ignoranza non è una condizione inevitabile; non nasciamo ignoranti per natura, molti, troppi, però imparano ad esserlo: e non basta “saper leggere e scrivere” per non correrne il rischio!

Molto spesso, parole, reazioni, atteggiamenti di politici, giornalisti, personaggi cosiddetti di cultura, rappresentanti religiosi, attivisti di ogni fazione si vedono riflessi, come in uno specchio, in tanta gente comune che lascia a quei “pochi” il controllo della propria vita perché decidano cosa sia “bene” o “male” per lei.

C’è chi si difende affermando che non è una colpa non sapere qualcosa che dovremmo sapere, non seguire strade che dovremmo percorrere… Non ne siamo totalmente sicuri, certo può dipendere anche da situazioni reali, però, accanto ad una “ignoranza passiva”, alla quale concorrono numerose cause, c’è una “ignoranza attiva”, estremamente pericolosa per il presente e il futuro perché è la materia prima del degrado e dei problemi attuali.

“Ignoranza attiva” è scegliere di non sapere, forse non sempre coscientemente, in ogni modo è decidere di non conoscere, non fare, non impegnarsi in prima persona.

Se si pensa e si agisce senza saperne il perché, senza porsi una domanda, senza un dubbio, senza una perplessità, si gettano il presente e il futuro in un’oscurità dove tutto può succedere.

Certo, decidere può rappresentare un “rischio”, ma è il “rischio” di vivere invece di “lasciarsi vivere” dagli altri, dagli interessi di altri.

Se non si hanno idee proprie, si diviene succubi di idee altrui, convinti da chi, per salvaguardare i suoi interessi, sostiene di difendere il nostro piccolo mondo… ed è tanta la fiducia riposta che non ci si preoccupa quali siano le finalità, gli strumenti ed i mezzi usati.

Goethe scrisse: «Nulla è più terribile di un’ignoranza attiva», Karl Popper: «La vera ignoranza non è la mancanza di conoscenza, ma il rifiuto ad acquisirla» ed Emma Goldman: «L’elemento più violento della società è l’ignoranza».

Un’opinione contraria all’andazzo attuale mette in discussione, dover scegliere può creare preoccupazione… per questo si rifugge da ogni confronto, dialogo, autocritica, quasi che tutto ciò facesse crollare il castello di carte costruitoci nel corso della vita: perché andarsi a cercare complicazioni se c’è già chi la pensa come me, chi pensa per me e mi lascia tranquillo? perché mettere in dubbio ciò che è dato per scontato?

L’ignoranza diventa così una specie di “zona di comfort”, dove si sta a proprio agio, fa sentire comodi… se ci troviamo bene è assurdo andarsi a cercare problemi, perché voler essere informati se questo rischia di sfidare le mie convinzioni e il mio modo di vivere, di sconvolgere il tran tran quotidiano creato negli anni?

Allora ogni cambiamento e novità vengono vissuti come una minaccia, creano quell’incertezza provocata dalla paura dell’ignoto… fuori dal territorio conosciuto ci sentiamo vulnerabili e abbandonati a noi stessi.

L’ignoranza non risparmia nessun paese, si parla addirittura di una vera e propria “globalizzazione dell’ignoranza”, il miglior alleato di fascismo, fanatismo, esclusione, razzismo, xenofobia, totalitarismo, condanna di ogni diversità.

Il poeta statunitense Charles Simic[3] denunciava che stiamo vivendo “nell’Era dell’Ignoranza”, una «ribellione delle menti opache contro l’intelligenza», di conseguenza «la stupidità è una delle grandi forze della storia»… ed ogni volta che ci si rifiuta di pensare con la propria testa, in profondità e serietà, si diventa "alleati" di quel potere, funzionali alla classe politica che «si risente contro chiunque si dimostri capace di pensare in modo serio e indipendente».

Si confonde la conoscenza, la partecipazione, la presa di posizione con l’accesso e l’uso dei social network, esaurendo, in poche battute, problematiche di enorme spessore.

Come ogni strumento, non sono né buoni né cattivi in sé, dipende da come vengono usati. Hanno potenzialità eccezionali, come è stato dimostrato in tante occasioni, ma dobbiamo metterci al riparo dal loro grande potere, impedire che agiscano a scapito della nostra intelligenza, compromettano la nostra capacità di giudizio, confondano aspetti della nostra percezione, modifichino habitus che determinano i nostri rapporti con il mondo e la nostra capacità di entrare in contatto con gli altri.

Anche le politiche scolastiche hanno una grave responsabilità.

L’ignoranza non nasce per riproduzione endogena, come processo naturale, è frutto in gran parte anche dell’abbandono o degrado di una delle funzioni essenziali di uno Stato: l’educazione.

I primi tagli per pareggiare i bilanci avvengono a spese della scuola pubblica, alla quale vengono anche sottratte risorse a beneficio di enti privati in nome del diritto delle famiglie di scegliere l’educazione dei figli, nessuno lo contesta ma questi privilegi non possono essere concessi a scapito della collettività e con soldi pubblici; si aumentano le tasse universitarie e si diminuiscono le borse di studio, indispensabili per una maggiore equità di accesso e pari opportunità, indipendentemente dalla classe sociale di appartenenza. I nuovi ordinamenti hanno ridotto la scuola a merce per cui s’impongono logiche di mercato; oggi la cosiddetta “eccellenza educativa” è spesso al servizio della riproduzione del sistema capitalista nella società.

Inoltre, strutture fatiscenti, carenza di un minimo materiale didattico e no. I docenti sono lasciati a se stessi, senza considerazione e stimoli, anzi ostacolati nel loro impegno. Oggi gli istituti scolastici sono organizzati in modo da “impedire” agli insegnanti di essere creativi e dialettici, critici e aperti a sperimentazioni e innovazioni, di educare alla laicità, alla libertà di coscienza e di conoscenza senza indottrinamento e imposizioni dall’alto; ne è un esempio emblematico quanto è successo all’insegnante di Palermo sospesa per non aver impedito ai suoi alunni di ragionare con la loro testa.

Lo Stato è sempre più in mano ai poteri economico-finanziari, di conseguenza la trasmissione di valori democratici, di giustizia sociale, uguaglianza, laicità, libertà alle nuove generazioni è affidata a governi che dimostrano di non credere nei valori democratici, nella giustizia, nella dignità di tutti, nell’accoglienza, nella sicurezza basata sul rispetto reciproco, nella crescita etica e umana.

La scuola è essenziale per creare la coscienza di esser parte di un tutto che ha radici nel passato, una coscienza critica, solidale, aperta al nuovo e al “diverso”, capace di mettersi in discussione, di ricercare alternative, vie inedite con la freschezza propria dei giovani.

 

L’IGNORANZA UCCIDE LA DEMOCRAZIA

L’ignoranza si misura dalla quantità d’insulti

quando non si hanno argomenti

per difendere le proprie idee e azioni

Paulo Coelho

La democrazia, intesa come modo di organizzazione del governo e gestione degli interessi ed esigenze della società, presuppone un’istruzione di base, che va oltre la frequenza scolastica, anche se, ripetiamo, la scuola deve essere considerata strategica per formare cittadini consapevoli di diritti e doveri.

È indispensabile un’istruzione intesa come capacità d’informarsi per prendere decisioni coscienti, difendere interessi propri e altrui, saper leggere gli avvenimenti per ricavarne strumenti di denuncia e partecipazione.

Basta aprire un giornale, scorrere programmi televisivi, dare un’occhiata a qualche social network per rendersi conto che gran parte delle persone, indipendentemente dal livello di studio, riservano pochissima attenzione alle questioni sociali e comuni: interessa il quotidiano, quanto avviene giorno per giorno, la propria famiglia, il circolo di amici, le persone che contano e che si possono in qualche modo sfruttare, la squadra di calcio, la serie TV…

Tutto il resto viene lasciato in mano ai leaders del momento, senza partecipare alla politica, alla vita sociale; la maggior parte si contenta di una qualche informazione generale sui fatti di cronaca senza approfondire la complessità degli avvenimenti e delle misure prese, pronta a scagliarsi contro tutto ciò che viene percepito come un “pericolo”, senza verificare l’attendibilità di quanto viene detto. E questo atteggiamento non esclude chi occupa incarichi importanti nella vita pubblica e privata.

Naturalmente, non interessano neppure le misure del governo (basta non tocchino il loro livello di vita), la condanna di corrotti, le prese di posizione contro la criminalità organizzata, il femminicidio, leggi che incrementino l’accoglienza e mettano fine all’esclusione sociale, l’allerta su consumi che danneggiano l’ambiente e il clima, una scuola più attenta alle nuove esigenze, il miglioramento dell’assistenza sanitaria pubblica, la lotta contro le privatizzazioni di beni comuni…

Vogliono essere “lasciati in pace”, liberi di gridare il loro odio contro il bambino nero che passa per la strada, di rodersi d’invidia per l’automobile nuova del vicino, di lasciarsi instupidire da programmi televisivi che li rendono marionette nelle mani di abili burattinai per crescere profitti e potere su questo esercito di “ignoranti”.

In altre parole la democrazia è in pericolo se molti cittadini sono “analfabeti funzionali”, incapaci di informarsi, fare domande, chiedere spiegazioni, prendere decisioni in prima persona, ignari o indifferenti di quanto avviene intorno a loro.

Abbiamo così elettori che non sanno niente delle persone che scelgono, dei programmi che decideranno il loro futuro, degli interessi in gioco, del perché mettono una croce su un simbolo piuttosto che su un altro.

Con questa massa di “analfabeti” sono sufficienti slogan semplici, senza spessore, che si appellano alle “passioni tristi”: la paura, l’odio, il razzismo, l’intolleranza, l’adesione incondizionata a chi gioca sporco e si esprime con ingiurie, insulti, menzogne, meschinità… ci si scaglia contro chi mette in pericolo il “sacro suolo della patria” fuggendo da condizioni disumane e si applaude chi calpesta il pane per impedire di sfamarsi a un gruppo di “pericolosi” rom, in maggioranza bambini.

Questo modo di “ignorare” non è tanto un “non sapere”, è rifiutarsi di avere un’idea, di mettere o mettersi in discussione, di avanzare congetture e proposte: in poche parole è quell’ignorare che non riguarda la scienza ma la coscienza.

Questo vuoto si riempie di banalità, di frasi fatte, di luoghi comuni, spesso di violenza e di odio irrazionale. Tante persone, allora, seguono, fedeli e cieche, le proprie emozioni immediate e le indicazioni di chi si presenta come loro guida, che li libera dal fastidio di pensare, decidere, scegliere.

Si creano, di fatto, masse di “non-cittadini” disinformati, egoisti, che reclamano molti “diritti” e non riconoscono nessun dovere, in lotta costante per il miglioramento del loro livello di vita senza preoccuparsi se sia a scapito di altri. Tutto il “resto” non interessa, cosa importa se questo “resto” sono bambini e bambine, giovani, vecchi, persone vulnerabili?

Naturalmente, si guarda con sospetto e timore quanto si sta movendo nel mondo con gruppi sempre più numerosi per invertire questa rotta perversa, che sembra diffondersi ovunque.

La democrazia non è un fatto naturale e spontaneo, è una costruzione ad opera di tutta la società, è uno strumento essenziale, seppur non unico, della convivenza, della costruzione di un progetto di società, di paese e riguarda tutti, è responsabilità di ogni uomo e di ogni donna che vive in quel territorio.

Per questo ci si chiede con preoccupazione: cosa sta succedendo in Italia[4]?

Per quali motivi si sta cedendo dinanzi a menzogne che manipolano la verità e danno una visione distorta della realtà?

Perché si dimentica un passato dove molte, moltissime persone hanno lottato e conquistato faticosamente per noi libertà, diritti, democrazia, dignità?

L’ipocrisia si è impadronita della società, sotto il dominio di forze politiche irresponsabili e “deliberatamente ignoranti”?

A questa ignoranza ci si può opporre soltanto con la resistenza della ragione.

Educazione e cultura sono le chiavi per la libertà di persone e popoli, condizione essenziale per la loro emancipazione a tutti i livelli.

Per un cambiamento radicale in questa società ingiusta, astiosa e veramente “povera di spirito”, è necessario porsi, a breve e medio termine, obiettivi concreti in campo educativo, per formare cittadine e cittadini critici, liberi, coscienti, solidali, aperti al nuovo, al cambiamento; nell’ambito della cultura bisogna introdurre azioni contundenti per innalzare il livello della popolazione con ogni mezzo, con il sostegno e la diffusione delle espressioni di ogni sapere.

Se questo obiettivo diverrà strategico, le nostre società cambieranno alla radice.

C’è anche una “ignoranza positiva”, consapevole dei limiti del proprio sapere, aperta alla ricerca, al confronto, allo stupore del nuovo. Nicola Cusano, filosofo tedesco del quindicesimo secolo, pose come titolo alla sua opera più importante La dotta ignoranza[5].

Socrate affermava che «la sua unica conoscenza certa era di non saper nulla».

C’è, infatti, una “illusione della conoscenza”[6] spesso più dannosa dell’ignoranza vera e propria, l’arroganza di credere di avere in mano la verità, di dominare ogni sapere, di poter dare giudizi su tutto e su tutti.

È sufficiente ascoltare qualche trasmissione televisiva dove gli “invitati” dettano sentenze e giudizi banali e volgari, senza scendere al cuore dei problemi, chi grida di più, chi offende di più è quello che “convince” gli ascoltatori. Forse sarebbe bene ricordar loro le parole che Dante fa dire a Virgilio: «Oh creature sciocche, quanta ignoranza è quella che v’offende!»[7].

Gran parte di quanto succede è frutto di elaborati “piani di ingegneria” sociale, umana, politica, economica, culturale che decidono a partire dal particolare, il quotidiano, il privato, il pubblico sino alla geopolitica mondiale.

Esiste una pianificazione nelle mani di pochi, i grandi centri di potere, sempre più forti e sempre più ridotti di numero, decidono il futuro dell’intera umanità: decretano le guerre da fare, il paese da aiutare o da invadere, a chi e quali sanzioni imporre, gli interventi umanitari sotto la minaccia di bombe e missili, il governo di una nazione, le linee economiche più o meno drastiche; danno un prezzo a quello che comperiamo, indirizzano verso cosa dobbiamo bere e mangiare, decidono le mode, intervengono su cosa la gente deve fare e pensare, dettano gli indirizzi educativi, tengono la gente ignorante dandole l’illusione di non esserlo…

Gli esseri umani, però, hanno risorse che sfuggono a questa manipolazione, possono reagire, impedendo una reale “fine della storia”.

Nelle dinamiche sociali e politiche esistono innumerevoli processi imprevedibili che seguono un percorso inarrestabile di dissenso, di cambiamento radicale, che non rispondono agli obiettivi dei settori al potere.

Bertolt Brecht scrisse:

«Generale, il tuo carro armato è una macchina potente.

Spiana un bosco e sfracella cento uomini.

Ma ha un difetto: ha bisogno di un carrista.
Generale, il tuo bombardiere è potente.
Vola più rapido d'una tempesta e porta più di un elefante.
Ma ha un difetto: ha bisogno di un meccanico.
Generale, l'uomo fa di tutto. Può volare e può uccidere.
Ma ha un difetto: può pensare».

Non è più possibile tacere, il silenzio diviene sempre più pericoloso.

«State a fa' leva sulla rabbia della gente per racimolare voti. 'Sta cosa di anna' sempre contro le minoranze a me nun me sta bene. […] Nessuno dev’esse lasciato indietro, né italiani, né rom, né africani, né nessun altro».

Con queste parole Simone, un ragazzino di 15 anni, ha affrontato gli esponenti di Casa Pound a Torre Maura, il quartiere della periferia di Roma al centro dell’attenzione a causa delle tensioni e violente proteste per l’arrivo di un gruppo di rom in una struttura della zona. A chi lo accusa di appartenere a "una fazione politica", risponde di non avere "fazioni politiche”: «Io so' de Torre Maura, che è diverso».

È preoccupante, anche se pieno di speranza, che solo Simone, un quindicenne, abbia avuto il coraggio di affrontare i fascisti di Casa Pound, mentre molti adulti si erano lasciati coinvolgere dalle loro azioni… una speranza che diviene sempre più certezza, sostenuta da diversi fatti degli ultimi tempi: le nuove generazioni, spesso le più giovani, cominciano a farsi sentire, a interpellare e giudicare chi ha portato il mondo alla situazione di oggi.

Sono gli adolescenti, i ragazzi, i giovani che ora “danno voce al nostro tempo” (Francesco Guccini). Nel rapporto con loro non ci deve esser posto per le nostre delusioni di ieri né il nostro timore del domani, ma la difficile “saggezza” raggiunta nel “nostro” tempo, radicata sulla speranza che ci ha permesso di essere, ieri protagonisti ed agenti di cambiamento, oggi testimoni di quelle conquiste e quei diritti strappati alle forze della reazione.

Le nostre utopie hanno preso terra per un tempo troppo breve, forse, ma le ritroviamo ora, rinnovate e attualizzate, nelle mani di una generazione che può davvero dare un’altra direzione alla storia di oggi e di domani.

Certo, non sono queste le notizie più diffuse e conosciute, ma sono questi i fatti che fanno avanzare la storia: nonostante la palude dove ribollono i peggiori sentimenti ed emozioni, nonostante quel muro di gomma che sembra assorbir tutto, senza nessuna reazione e meraviglia, nonostante si faccia sempre più strada il lasciar correre, anche quando chi deve agire sono le massime istituzioni di uno Stato.

A proposito della nostra carta costituzionale, quella che tutti gli amministratori giurano di “osservare lealmente” al momento di assumere un incarico, Piero Calamandrei disse:

«La Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove: perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile; bisogna metterci dentro l´impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità».

Perché in Italia (come del resto in molti altri paesi) non si sono fermati, sul nascere, i nuovi fascisti, quel fascismo che è rimasto in troppe menti e istituzioni e che ora ha rappresentanti nei parlamenti nazionali ed europeo?

Perché (e non vuol essere una critica) le carceri speciali si riempirono di gruppi di cosiddetta estrema sinistra, ma si toccarono solo marginalmente gli altri, fautori di stragi di Stato e di una strategia della tensione ben più ampia?

Ultimamente si è acceso il dibattito sulla libertà d’espressione come diritto per tutti, anche se la nostra Costituzione e le leggi che ne sono derivate sono chiare in proposito[8].

Se è sacrosanto il rispetto per scelte ed opinioni, non sono però tollerabili tutte le opinioni e tutte le scelte.

Affermare” io la penso così e tu devi accettarlo”, non è un principio assoluto di democrazia perché non si possono accettare i naziskin, Casa Pound, il Kw Klux Klan, gli omofobi, i kamikaze, i razzisti a oltranza che plaudono quando un barcone affonda e inveiscono contro chi non vuole porti chiusi; né – nel XXI secolo – è possibile accettare che si cambino testi scientifici per accogliere teorie creazioniste, né si possono approvare interventi “umanitari” sotto la minaccia di missili e carri armati, né sanzioni che affamano il popolo e fanno prosperare chi ha potere e ricchezza, né un diritto di sicurezza che arma la mano di troppi “sceriffi” nostrani mentre criminalizza, fino all’arresto e al sequestro, chi segue la linea più naturale dell’umanità: salvare vite.

Tanti episodi che si susseguono dimostrano il pericolo che sta correndo in Italia lo Stato di diritto. Ne portiamo, tra i tanti, un esempio per aiutarci a riflettere e reagire.

La “sicurezza” di Salvini «forse significa tolleranza zero con i più deboli»[9] perché si usano pesi e misure ben diverse.

Casa Pound occupa abusivamente uno stabile di Roma dal 2003  non in modo nascosto, c’è un’enorme targa in marmo sopra il portone d’ingresso[10].

Per loro non esiste “tolleranza zero”?

I “criteri oggettivi” di Salvini si fermano su quella porta, ma non sul futuro di 84 bambini e ragazzini di Primavalle; mette poi in guardia sul pericolo che l’inchiesta finisca nelle mani di “magistrati buonisti” che potrebbero piegarsi dinanzi a questi “violenti” (sic!), ma più paura dovrebbe avere dei “magistrati giusti”, quelli che seguono le leggi e non i diktat del potere, perché per un bambino rom e per un esponente di Casa Pound userebbero la stessa misura!

La notte del 15 luglio a Primavalle un intero quartiere viene occupato e isolato dalle “forze dell’ordine”, si è parlato di decine di mezzi blindati e di un elicottero, poliziotti, Digos, polizia urbana, vigili del fuoco per far sgomberare con la forza, e senza soluzione di un nuovo insediamento, 340 persone, anziani, ammalati, 84 minorenni … neppure fossero esponenti di qualche cosca mafiosa… ma, logicamente, nella logica salviniana è ancora peggio: sono rom!!![11]

E in mezzo a questa situazione di barbarie contro pericolosi “eversivi”, un ragazzino, senza guardare in faccia nessuno, cammina con un pacco di libri in mano, evidentemente la cosa per lui più preziosa da mettere in salvo da quella follia!

È la “foto simbolo” di un’umanità che non si arrende, che guarda avanti, che non si piega alla violenza e all’ignoranza.

Quella dignità, la “bellezza” di quel gesto, dimostra, per l’ennesima volta, che proprio dove il cosiddetto “buon senso comune” non vede che male, c’è un’umanità – sempre più con volti e gesti di giovani – che guarda avanti, che diffonde speranza e rivendica il futuro.

E qui si apre un altro capitolo di grande importanza per inquadrare l’intera problematica: il luogo riservato alla conoscenza della storia, non solo nella scuola ma in ogni ambito della vita sociale, politica, culturale.

 

 

LE MENZOGNE DELLA STORIA

Se i fatti dicono il contrario,

allora bisogna alterare i fatti.

Così la storia si riscrive di continuo.

Questa quotidiana falsificazione del passato,

intrapresa e condotta dal Ministero della Verità,

è necessaria alla stabilità del regime[12].

La manipolazione della storia è uno dei pilastri essenziali su cui prospera l’ignoranza. La sua riduzione nei programmi scolastici ne è una prova evidente. Alle nuove generazioni viene sottratto uno strumento indispensabile per la comprensione del presente e la costruzione del futuro «perché senza memoria del passato non può esserci un progetto per il futuro»[13].

Una visione storica permette di comprendere il cammino dell’umanità, il suo percorso verso mete di progresso ed evoluzione, pur nelle contraddizioni e problematiche di ogni tempo.

Tale conoscenza, però, diviene un ostacolo per tante forze politiche, economiche, religiose che tentano di introdurre analisi e processi di rottura con la logica storica; ne derivano, così, profondi condizionamenti al percorso democratico, alle libertà civili e individuali. L’impoverimento culturale e la manipolazione delle coscienze portano alla diffusione di una pericolosa ignoranza condivisa e sempre più estesa.

Senza una nozione storica corretta, è facile condizionare e influenzare la gente, incapace di smascherare i sotterfugi, i raggiri, le falsità dietro decisioni politiche che non hanno mai dato, né daranno, risultati positivi per il reale progresso di un paese.

L’ignoranza della storia è alla base della situazione attuale. L’inflazione d’informazione, in continua crescita ed evoluzione, fa perdere il senso di continuità del tempo, il valore della memoria, in un perpetuo “attimo presente” che cancella percorsi storici lenti, difficili, conquistati a fatica, tra passi in avanti e dolorosi ritorni al passato.

Questa “dittatura dell’istante” (Gabriella Belli) è la causa dell’indifferenza con cui si accettano decisioni che hanno e avranno conseguenze pesanti per la società e la democrazia.

È pericoloso per il potere che la gente abbia conoscenza, anzi coscienza, dei fatti storici che, in bene e in male, sono all’origine della situazione attuale.

Tutto – notizie, commenti, annunci… – si “brucia” nel momento, in un caos di continue informazioni, spesso false, e in questo perenne momento presente sfuma ogni continuità e percezione di causa-effetto, mezzo-fine.

È indispensabile che le nuove generazioni conoscano, e le vecchie conservino e comunichino, la memoria del faticoso percorso verso forme democratiche, garanzie sociali, diritti acquisiti frutto di lotte, rinunce, convinzioni profonde, esigenze etiche di uguaglianza e dignità.

La perdita di tanti diritti ha radici proprio nell’ignoranza (qui intesa come non-conoscenza) di queste lotte, sacrifici, conquiste.

Tutto, ad un certo momento, sembrò “naturale”, quindi eterno e intoccabile, una condizione normale, forse percepita anche come una “concessione” di politici illuminati che non sarebbe mai più stata negata.

La gente allora, abbindolata da un miglioramento delle condizioni socio-economiche (rivelatosi poi estremamente precario per moltissimi), si illuse, fu fatta illudere, che tutto sarebbe continuato per inerzia e non ci si preoccupò più di tenere sotto controllo i vari poteri, di cogliere i segnali di pericolo, di percepire il lento spostamento verso posizioni contrarie alla sua qualità di vita, verso il ritorno al passato.

E questo non avvenne solo a livello individuale, ma coinvolse anche enti e organizzazioni, come sindacati e partiti, che non colsero in tempo i pericoli che si stavano addensando sulla società, primo tra tutti il nuovo panorama del mondo del lavoro e, di conseguenza, dell’intera vita sociale.

Se si dimentica ciò che una conquista è costata, se si trascura il gattopardismo di cui si è sempre servito il potere per non essere travolto, se si accetta che “non ci sono alternative” per cui ogni protesta diviene inutile, se si crede che dall’alto siano stati “concessi” quei diritti e non siano invece conquiste sociali, la reazione della maggioranza è indebolita, confusa da messaggi che la chiudono sempre più nel proprio mondo privato ed egoista, spesso con atteggiamenti arroganti e violenti.

La parte viva della società che lotta, che denuncia, che “non ci sta”, che cerca soluzioni, viene guardata con sospetto e le sue rivendicazioni considerate un pericolo per il “benessere” raggiunto.

Quando si cade in questa situazione, anche le “briciole” elargite divengono accettabili (“non si può fare di più!”), un favore dall’alto della politica verso i suoi “sudditi”… hanno vinto i poteri forti, la gente finisce per ignorare i suoi stessi diritti, accetta ogni diminuzione della sua presenza come soggetto vivo della società di cui fa parte.

Quanta indifferenza, quanti anni di chiusura mentale, quanta manipolazione delle coscienze sono stati necessari per creare moltitudini di ignoranti?

Dove sono i valori di ieri, di un passato prossimo, che era necessario rileggere alla luce del nuovo tempo ma non rifiutati e abbandonati?

Ogni generazione ha modelli, miti, ideali, sogni, speranze da vivere e seguire, ma prima c’era un passar di testimone nella staffetta del percorso del tempo, ora sembra essersi verificata una cesura che rende più difficile condividere l’esperienza di un contatto intergenerazionale per un arricchimento dell’intera società.

A quali modelli ci si rifà ora? quali sono i “miti” dei giovani di oggi? soprattutto, cosa siamo stati capaci di tramandare delle nostre lotte, speranze, idee, utopie?

Ben pochi sono coscienti che stiamo ripetendo gli errori del passato perché ne abbiamo perso la memoria, non sappiamo più come sono state affrontate le grandi sfide di ogni tempo.

La memoria storica è uno strumento indispensabile con cui un paese, un popolo, una società mette in relazione il proprio passato con il presente; rappresenta un processo indispensabile per la conservazione, o il recupero, di quanto ci ha lasciato chi ha lottato, in periodi più o meno remoti, per una società più libera, più democratica, più aperta.

Astrid Erll[14], docente e ricercatrice tedesca, in una recente intervista ne dà questa definizione:

«Memoria significa dare significato al tempo. Si riferisce a tutte le pratiche che mettono in relazione passato, presente, futuro».

La memoria storica non è automatica, deve essere tenuta viva, non “mummificata” e di conseguenza sterile, ma “attualizzata” (ben diverso dal “manipolata”) in modo che faccia luce sul presente, sui fatti della realtà attuale.

La storia viene “messa a tacere” per non dare ai giovani capacità di analisi, critica, denuncia, discussione del presente alla luce del passato, per non far conoscere i percorsi in cui si sono persi conquiste, diritti, spesso valori.

La storia è considerata “un patrimonio genetico” che non si può cancellare se non vogliamo creare società degradate, ciniche, confuse, disarmate dinanzi alle sfide e alle crisi di ogni tempo, quasi sconfitte da situazioni complicate e oscure, sempre più disuguali e ingiuste, incapaci di trovare gli strumenti necessari per combattere contro l’erosione della democrazia, la chiusura di menti e coscienze, contro ogni forma di esclusione e razzismo; si diviene incapaci di condivisione e accoglienza, persi nei meandri di quel pericoloso nazionalismo che crea il “noi” e il “loro” come nemici da combattere ed allontanare.

È necessario un complesso di fattori diversi per sapere “dove” e “come” andare, ma è essenziale sapere da dove veniamo: la storia può essere la “bussola” per indicare rotte e direzioni verso scelte e percorsi comuni.

La sua lettura permette di inquadrare i fatti di oggi in una visione generale per analizzare, comprendere, cercare soluzioni in ciò che Corrado Augias definisce «il senso della continuità e del mutamento nel tempo»[15].

Il Manifesto di Andrea Giardina, Liliana Segre, Andrea Camilleri per un adeguato insegnamento della storia, che ha avuto un’adesione vastissima nel mondo intellettuale e tra comuni cittadini, inizia con queste parole:

«La storia è un bene comune. La sua conoscenza è un principio di democrazia e di uguaglianza tra i cittadini. È un sapere critico, non uniforme, non omogeneo, che rifiuta il conformismo e vive nel dialogo»[16].

La storia permette di crearsi una coscienza critica indispensabile per comprendere, in un’ottica laica, il tempo di oggi e per intervenire nella società con libertà, obiettività, apertura, forza intellettuale e morale.

Naturalmente la sua conoscenza non dà soluzioni certe e inconfutabili di tutti i problemi, non indica cammini sicuri verso mete garantite, ma è indispensabile per una visione d’insieme per collocare i vari “frammenti” in cui si tenta di dividere quella realtà complessa che è il presente delle nostre società.

La miopia politica e sociale è in gran parte frutto della mancanza di una visione storica. Si giunge così ad un approccio quasi schizofrenico, legato al caso, a ciò che è “opportuno e utile” in un determinato momento, in un uso funzionale ai gruppi di potere, siano essi politici, economici, religiosi o sociali.

Della storia si conservano, e si difendono ad oltranza, solo le radici superficiali: “l’identità” di una terra, legata alle tradizioni popolari inserite in un tempo che le ha in gran parte superate come simbolo e come strumento di coesione sociale; si ignorano invece le radici essenziali, ricche della linfa dell’apporto di generazioni, quelle che segnano il cammino di un popolo al di là del suo percorso particolare, nazionale, inserito nell’intera storia universale.

Ogni tempo porta in sé le tracce di un cammino passato, con le sue luci e le sue ombre, con i passi in avanti e le conquiste che ci ha lasciato, con le inevitabili cadute che dovrebbero darci la saggezza necessaria per non ripetere gli stessi errori.

I tentativi di cancellare la memoria di tutto ciò getta ombre sul cammino di oggi, confusione negli obiettivi da porsi, rotture che finiscono per conservare aspetti negativi mentre si dimenticano conquiste e progresso.

Se il percorso storico viene interrotto, i punti di riferimento si annebbiano, non si sa più a cosa rifarsi; si ritagliano “eredità” da conservare e valorizzare ed “eredità” da ignorare perché intralciano i piani dei poteri del momento, secondo ideologie vuote di valori e sempre più chiuse in razzismo, egoismo, consumismo…

Così il mosaico della storia si decompone, diviene incomprensibile, illeggibile. Si tenta di sostituire le tessere originarie con pezzi che non si incastrano, estranei e anacronistici: tutto allora appare confuso, senza un progetto da realizzare, senza un orizzonte verso cui andare, senza finalità da raggiungere.

È ben diverso un mosaico ancora non completo, al quale ogni tempo, popolo, persona aggiunge le proprie tessere, dal tentare di distruggere l’opera compiuta prima, interrompendo il percorso che permette di proiettarsi nel futuro.

È indispensabile ricercare e colpire al più presto le cause di questa ignoranza, consapevoli che occorreranno tempi non brevi, ed è urgente affrontarne subito gli effetti che minacciano la vita dell’intero pianeta.

Rifiutarsi di conoscere, comprendere, informarsi significa accettare passivamente la situazione in cui si vive.

Quando il generale Eisenhower vide le vittime dei campi di concentramento, ordinò che fosse scattato il maggior numero di fotografie e che fossero fatti venire gli abitanti delle città vicine per rendersi conto della realtà dei fatti:

«Che si abbia il massimo della documentazione possibile, che si realizzino registrazioni filmate, ogni possibile testimonianza perché arriverà un giorno in cui qualche idiota si alzerà e dirà che tutto questo non è mai successo».

Un pronostico che si sta rivelando tragicamente vero.… e non solo sull’olocausto!

E questa ignorante indifferenza per la storia porta a situazioni intollerabili e impensabili di cui si possono portare numerosi esempi.

Un tempo si diceva che un'immagine rende più di mille parole, anche perché una volta fissata rimane per sempre.

Non è più così, quando disturbano perché mettono allo scoperto verità oggi scomode, da far dimenticare, si ricorre con spudoratezza e presunzione alla loro manipolazione.

S’interviene su immagini ben conosciute, divenute simboli emblematici di determinati momenti e fatti, foto scioccanti e contundenti, apparse ovunque, giornali, riviste, libri di storia, in ogni trasmissione sull’argomento, alcune hanno ricevuto premi prestigiosi come il Pulitzer… come si può pensare che ne sia stata dimenticata proprio la parte più significativa? A quale punto di spudoratezza siamo giunti? Possibile che si ritenga la gente così ignorante e indifferente?

La Repubblica, in Robinson del 18 maggio 2019, riporta alcuni esempi di queste foto-simbolo manipolate.

Ghetto di Varsavia, 1943, un gruppo di ebrei, con le mani in alto, cammina sotto la minaccia dei fucili delle SS tedesche: è stato cancellato il bambino terrorizzato, anch’esso con le mani in alto, davanti a tutti, simbolo del terrore verso cui sono incamminati.

Guerra del Vietnam, 8 giugno 1972, un gruppo di bambini fugge gridando sotto un attacco aereo con il napalm: è stata cancellata la bambina nuda che si è strappata i vestiti in fiamme, simbolo della crudeltà di quella guerra (come di tutte le guerre) che non rispetta neppure la fragilità di bimbi e bimbe[17].

Piazza Tienanmen, Pechino, 5 giugno 1989, una fila di carri armati si dirige contro la protesta degli studenti: è sparito il giovane che, a braccia aperte, si mette dinanzi, simbolo della forza delle idee contro l’arroganza del potere che schiaccia sogni e futuro.

Nella pagina ufficiale del Memoriale di Auschwitz-Birkenau si invita ad «evitare di scattare selfie all’interno del campo di concentramento»; pubblica immagini in posa tra i binari, dinanzi ai forni crematori, riporta parecchi commenti ironici… il Museo del lager nazista chiede ai visitatori «di non mancare di rispetto, con scatti di cattivo gusto»; il 20 marzo 2019 è stata pubblicata la foto di ragazzi che giocano sui binari del campo di concentramento, segno di una totale mancanza di rispetto verso le vittime dell’Olocausto.

Accenniamo anche ad un esempio emblematico che riguarda l’Italia e che ha destato un certo scalpore: l’intervento di Giuseppe Conte alla Fiera del Levante di Bari dell’8 settembre 2018[18].

Al di là del fatto se Conte abbia o no confuso l’8 settembre con il 25 aprile, in ogni modo (per ignoranza o per convinzione politica?) ha dato una lettura dei fatti contro la verità storica.

L’8 settembre è l’armistizio di Badoglio (con tutte le conseguenze drammatiche per chi si è trovato in balia dei tedeschi, senza direttive e protezione), ed è anche la nascita della Repubblica di Salò e gli eccidi dell’esercito tedesco in ritirata e gli stupri, le uccisioni, i saccheggi, le violenze di ogni genere perpetrate, soprattutto ma non solo, dalle truppe coloniali francesi, aggregate agli Alleati: tutte le tragedie e le stragi del dopo 8 settembre vengono ignorate…

Inizia anche la lotta di liberazione con il coinvolgimento di persone di ogni età e condizione, chi ha preso le armi e chi ha prestato nelle retrovie i servizi necessari per mettere fine ad una dittatura durata un ventennio e ripristinare tutte le istituzioni e situazioni di un regime democratico… e poi sono venute la repubblica, la costituzione, la ricostruzione. E per il cosiddetto “miracolo economico” bisognerà attendere un buon numero di anni!

Dinanzi a quanto sta avvenendo, s’impone un interrogativo che attende una risposta da tutti noi: dov’è andata finire la convinzione che, come affermò Cicerone,

«la storia è testimone dei tempi, luce di verità, vita della memoria, maestra di vita, messaggera dell'antichità»?

Renato Piccini

Paola Ginesi

 



[1] Raul Scalabrini Ortiz, scrittore argentino

[2] Andrea Camilleri, Una voce di notte, SELLERIO  2012

[3] Charles Simic, “Age of Ignorance”, New York Review of Books  2012

[4] Una forma di governo basata su ignoranza, odio, violenza, esclusione civile, prepotenza istituzionale crea una “democrazia avvelenata” che “uccide” il tessuto sociale ed etico di una nazione.

Da questa arroganza antidemocratica nasce, ad esempio, il rifiuto di Salvini di presentarsi, su esplicita richiesta, al parlamento, per dar ragione del suo agire… la Costituzione su cui ha giurato (forse sarebbe meglio parlare di spergiuro che di giuramento) all’articolo 64 recita: «I membri del governo, anche se non fanno parte delle Camere, hanno diritto, e se richiesti obbligo, di assistere alle sedute».

[5] Nicola Cusano, La dotta ignoranza, CITTÀ NUOVA 1991

[6] Anthony Clifford Grayling, La ragione delle cose. Una guida filosofica per l'uomo d'oggi, LONGANESI 2007

[7] Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno VII, 70-71

[8] La legge Scelba, regolata dalla Legge Mancino del 1993, all’articolo 2 punisce “chiunque, in pubbliche riunioni, compia manifestazioni esteriori od ostenti emblemi o simboli propri o usuali” di organizzazioni, associazioni o movimenti “aventi tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi”.

[9] “Sicurezza forse significa tolleranza zero con i più deboli”, Pressenza 15 luglio 2019

[10] Dicono che sia un centro sociale di destra… però perché i centri sociali di forze di “sinistra” sono stati smantellati, sgomberati nonostante l’appoggio e la difesa di tanta gente e questo no?

[11] E non è un episodio isolato. «Il processo contro Mimmo Lucano è iniziato in un clima surreale, una città blindata, reparti speciali, un tribunale protetto dietro sbarramenti di poliziotti, qualcosa di mai visto, assicurano tutti, nemmeno in occasione del processo alla ‘ndrangheta di San Luca per la strage di Duigsburg. Un processo “speciale” dunque, come si evince anche dalla costituzione in parte civile del Viminale e della prefettura di Reggio Calabria; neanche questo era mai successo nei processi di ‘ndrangheta», Giovanna Procacci, “Cosa succede al processo contro Mimmo Lucano?”, Pressenza 23 giugno 2019

[12] George Orwell, 1984, OSCAR MONDADORI 2010. La prima edizione è del 1949: allora sembrava fantascienza!

[13] Corrado Augias, “La storia eravamo noi”, Robinson, La Repubblica, 18 maggio 2019

[14] Astrid Erll, “Memoria significa dar sentido al tiempo”, La marea 25 giugno 2019

[15] Corrado Augias, idem

[16] Invitiamo a leggere e approfondire per intero l’appello lanciato da La Repubblica il 26 aprile 2019.

[17] E non è la prima volta che succede. Tempo fa Facebook aveva fatto lo stesso; accusato di “cancellare la storia comune dell’intera umanità” per aver tolto dalla foto la bambina, si era difeso portando come scusa che la sua nudità rappresentava un “pericolo di pornografia pedofila”!!!

[18] «Oggi è l’8 settembre. Una data particolarmente simbolica della nostra storia patria, perché in quell’estate di 75 anni fa si pose fine ad un periodo buio della nostra storia, culminato con la partecipazione dell’Italia a una terribile guerra. Con l’8 settembre, inizia un periodo di ricostruzione prima morale e poi materiale del nostro paese. Un periodo che è stato chiamato, con la giusta enfasi, miracolo economico».

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