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INSEGNARE COME. UNA STORIA

Di Ileana Montini | 24.07.2019


Già all’inizio del 1900 c’erano le “Classi speciali per fanciulli deficienti” : dai “tardi di mente” ai ripetenti ecc. Ma le classi differenziali e le scuole speciali si riferiscono agli anni Sessanta: è la legge n.1859 del 31 dicembre 1962 articolo 12.

Gli alunni avranno appositi programmi e orari di insegnamento. Il DPR n.1518 del 22 dicembre 1967: i “soggetti che presentano anomalie o anormalità somato-psichiche che non consentono la regolare frequenza nelle scuole comuni e che abbisognano di particolare trattamento e assistenza medico-didattica sono indirizzati alle scuole speciali.”

Gli anni Settanta si erano ben piazzati, fin dall’esordio, in un ampio e significativo dibattito sulla questione dei manicomi, come luoghi di segregazione dei “pazzi”, definiti tali dalla psichiatria ancora di stampo Ottocentesco. Spesso ritenuti anormali secondo natura, il massimo della cura erano i farmaci per contenerne l’aggressività fisico-verbale o l’elettrochoc.
Anche nella scuola primaria e secondaria vigeva il postulato dei normodotati contro i sub -normali psichici e mentali o i minorati fisici, come gli ipovedenti, gli ipoacusici, o, addirittura i colpiti dalla nascita da qualche anomalia fisica. Associazioni come il Movimento di Educazione Cooperativa chiedevano esplicitamente la soppressione delle scuole speciali e delle classi differenziali.
In una scuola della provincia di Treviso il preside propose a un consiglio di classe di discutere l’inserimento in prima media di un ragazzo affetto dalle conseguenze della poliomelite, che era stato internato in una scuola speciale di Conegliano Veneto; si voleva provare a sperimentare l’inserimento in una “normale” prima media. Accettammo, non tutti con eguale entusiasmo e zero perplessità. In fondo avremmo dovuto inoltrarci in un mondo nuovo e chissà!
Il ragazzino aveva due anni in più ed era più alto, magro, dinoccolato e instabile nella deambulazione e anche per gli arti superiori. Gli si leggeva in faccia una certa diffidenza mista, però, a curiosità.
Era rientrato in famiglia dopo anni trascorsi nell’istituto religioso che si occupava di quelli come lui.

Gli piaceva la matematica dove dimostrò subito spiccate attitudini.
A Educazione Artistica invece non dimostrava alcun interesse, anche perché non gli riusciva di controllare il rapporto oculo-manuale: la sua mano non gli obbediva, il suo braccio non comandava la mano… la matita scivolava o si impennava sul foglio da disegno. Un disastro annunciato. Iniziò a girare ostinatamente per l’aula, chinandosi a osservare il lavoro dei compagni. Niente altro.
Decisi di lasciarlo fare, liberamente. E quale voto dargli ai trimestri, se non c’erano elaborati?
Approfittai di una sua assenza per indire un’assemblea di classe e feci la mia proposta: gli metterò la sufficienza, siete d’accordo? All’unanimità approvarono.

Per i primi due anni continuò a girare tra i banchi e a osservare.
Che cosa aveva da osservare? C’era chi usava i pastelli a olio, chi le tempere, chi scolpiva altorilievi su legno di cirmolo o gomma donati dai genitori falegnami e, in autunno tutti si cimentavano con le foglie delle pannocchie largamente presenti nei campi dei contadini. Su supporti di cartone e compensato, incollavano frammenti di foglie combinando i colori pastello e ternari, dal giallo ai marroni per paesaggi che narravano le stupende campagne tutte intorno all’edificio, nuovo, della scuola media. Oppure dipingevano i grossi sassi raccolti nel fiume.

Fu quello il suo primo tentativo giunto in terza: imbrigliare con fatica la mano per dipingere un sasso. Poi portò a scuola una rivista un po’ pornografica che forse aveva sottratto al padre. C’erano foto, in bianco e nero, di donne in abiti succinti e atteggiamenti seduttivi. Niente altro. Lui aveva già 15 anni. Mi chiese di aiutarlo a copiare la foto di una procace donna seminuda. Ci mise molto tempo ma la colorò con tante sfumature. All’esame di licenza, dei due temi proposti, preferì il clown: riempì il foglio da disegno con una figura coloratissima, bella.
Avevo fatto un’ipotesi, rischiando, a una eventuale visita ispettiva alla scuola, di non avere elaborati che giustificassero il suo minimo, normale, impegno scolastico nella materia. Avevo fatto l’ipotesi che avrebbe appreso osservando e, rassicurato e sostenuto da parte mia e dei compagni, prima o poi si sarebbe espresso. In fondo anche a me era andata così con l’arte culinaria. Avevo sempre osservato mia mamma in cucina, senza partecipare. E quando mi ero trovato, da sola, in Veneto, avevo scoperto che ero in grado di riprodurre quelle ricette e di provarne altre, nuove.

 

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