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LA POSTA IN GIOCO SULLA QUESTIONE MIGRANTI, IL MONDIALISMO

Di Raffaello Morelli | 20.01.2019


In questo inizio anno, le prese di posizione di alti prelati della CEI (a cominciare dal Cardinale Bagnasco, Presidente dei Vescovi Europei, dal Cardinale Montenegro, Arcivescovo di Agrigento, nonché dall’attuale Presidente CEI, Cardinale Bassetti) sul decreto Salvini in tema di migranti e di sicurezza, non possono essere trascurate da parte del mondo laico. Ovviamente non per eccepire su quanto intendono fare i prelati cattolici nel loro ambito religioso, ma per contrastare con estrema determinazione quanto vogliono indurre a fare nell’ambito della convivenza civile. Principalmente poiché per farlo sostengono di continuo che in democrazia va coltivato il concetto di disobbedienza civile e il rifiuto di decreti disumani, il che è un vero e proprio inganno: la tesi si fonda sul tentativo di tenere nascosta la posta in gioco o quanto meno sul tentativo di dissimulare quale sia. La posta in gioco è l’impostazione di come convivere meglio tra diversi.

Tanto rumore per nulla. Su tale terreno, non mi riferisco alle questioni giuridiche. Prima di tutto perché vengono dopo l’aver stabilito come stare insieme. E inoltre perché, a parte l’irresponsabilità di quei soggetti istituzionali che affermano di non voler rispettare una norma vigente nelle istituzioni, le polemiche in corso non hanno fondamento nelle norme, come rilevato dai costituzionalisti. Infatti, anche dopo il decreto Salvini, un Sindaco ha facoltà di erogare, sulla base dei passaporti, i servizi previsti dalla legge a chi è domiciliato nel comune (pur senza residenza). Di conseguenza neppure la Regione ha impedimenti nello svolgere le sue funzioni (tanto che perfino il costituzionalista PD Ceccanti definisce ardita una simile motivazione della Toscana per adire la Corte Costituzionale).

Ciò precisato, mi soffermo sulla reale posta in gioco insita nella concezione che gli alti esponenti della CEI (con la grancassa di non pochi mezzi di comunicazione) vorrebbero diffondere in Italia. Il cardine è l’accusa al decreto di violare il principio di umanità connaturato ad ogni cittadino sulla terra. Tale concezione si fonda solo sulla verità religiosa da loro professata che esprime valori passatisti in pieno contrasto con i dati sperimentali degli ultimi secoli. In termini civili, l’applicare i principi di libertà praticabili in ogni epoca ha fatto sì che nel mondo, seppure in misura ancora limitata ma crescente, sia aumentata a dismisura la libertà reale dell’individuo e insieme le sue condizioni materiali di vita e i suoi diritti.  Evocare i diritti umani da soli non serve a sostenerli ed anzi è spesso una scusa per non curarsi di creare le condizioni per raggiungerli. Chi, al di fuori del campo religioso, sostiene oggi la tesi dell’attentato umanitario, è un visionario senza vista. In un colpo solo rifiuta, per istinto e per formazione, tre dati cardine dell’esperienza storica, cui il mondo laico non può assolutamente rinunciare senza contraddirsi.

Il boom dell’immigrazione in Italia. Il primo dato percepito dai cittadini in materia di migranti, sono le condizioni materiali del territorio italiano investite da un aumento forte (e soprattutto in tempi assai serrati) del numero di immigrati. In un anno, accogliere cento persone non è lo stesso che accoglierne duecentomila (ed è l’errore di impostazione civile commesso dal Papa, il quale, in un libro in uscita, si appella al desiderio ancestrale di stabilirsi altrove con la speranza di una vita migliore, e lo fa nell’ottica religiosa e basta, cioè a prescindere sia dai numeri dei migranti che dalle condizioni dei territori di arrivo). Ondate tanto consistenti di migranti inducono molte preoccupazioni (di certo molto superiori al disporre di mano d’opera a basso costo) e creano gravi problemi sociali. L’immediatezza del problema è andata riducendosi in Italia con gli ultimi due ministri dell’Interno. Da rilevare che il primo, Minniti, attraverso gli accordi con i capi tribù africani, ha ottenuto una riduzione più consistente ma senza far emergere gli aspetti di principio della questione, mentre il secondo, Salvini, ha ottenuto una riduzione quantitativamente inferiore ma, rivolgendosi alla pancia degli italiani, ha fatto emergere con più chiarezza l’aspetto di principio.  In sintesi l’accoglienza di massa non può essere indiscriminata: sia per il dato delle risorse necessarie al territorio per sostenerla, sia per il dato del tempo di maturazione necessario per renderla accettabile dai cittadini. E in una democrazia laica sono i cittadini ­– spesso i gruppi dirigenti religiosi ed ideologizzati lo dimenticano – che decidono.

La libertà non è un precetto. Il secondo dato dell’esperienza storica rifiutato dai fautori della tesi dell’attentato umanitario, è che la libertà umana sia il prodotto di un tenace lavoro di costruzione plurisecolare (mentre secondo loro sarebbe un fatto di natura legato alla fede in Dio). Da tale rifiuto deriva che il problema della libertà viene celebrato trascurando parecchio la questione essenziale dei meccanismi adatti a promuoverla e a mantenerla. Omissione ancor più negativa poiché quei meccanismi, si è constatato, richiedono cura continua per adeguarsi in base ai risultati. Invece i fautori umanitari riducono la libertà ad un criterio emotivo da sbandierare come precetto morale della fede (di religione o di partito) a prescindere dalle condizioni sperimentate per viverla. Un esempio istruttivo del peso dei meccanismi di libertà sono state le vicende del Piano Marshall, nel 1947. Un massiccio investimento economico per quattro anni (da restituire per il 14%) venne offerto dagli USA a tutti gli europei ma l’URSS, in opposizione al capitalismo, rifiutò di far parte del programma e lo impedì a tutti i paesi satelliti. Così il piano sostenne solo i paesi al di qua della cortina di ferro, e, al passare dei decenni, i fatti dimostrarono il divario tra i due sistemi politici. Mentre i paesi dell’Europa occidentale trassero beneficio dal sostegno e crebbero nella condizione economica e civile attraverso progressive aperture nelle libere relazioni, quelli orientali privi di aiuti e di capacità di rinnovarsi restarono statici nelle mani delle gerarchie comuniste e in quattro decenni furono condotti al crollo da un sistema incapace di consentire un’economia viva oltre che illiberale sotto il profilo civile. Insomma, la libertà non è un precetto di fede calato dall’alto ma un meccanismo in movimento da mantenere sempre oliato e in funzione ad opera dei cittadini.

La libertà imperniata sulle regole e sull’individuo. Il terzo dato dell’esperienza rifiutato dai fautori della tesi dell’attentato umanitario, è il constatare che la libertà vive dell’apporto di tutti i cittadini, attraverso il metodo individuale delle iniziative, dei conflitti democratici, delle scelte in base ai fatti realizzati. Ne consegue che nel mondo reale il procedimento di costruzione della libertà ogni giorno presuppone l’avvenuto formarsi di ambiti territoriali nei quali valgono le medesime norme, nel cui quadro i cittadini possono vivere e decidere di cambiare. Al di fuori, la libertà è precaria e i diritti vacui. Ad oggi, nessuno sa come sciogliere questo nodo senza partire dal mettere in moto il faticoso processo di maturazione civile dei cittadini di un qualche ambito territoriale. Invece i fautori umanitari svalutano con forza il concetto di cittadino in un territorio statale e profetizzano che ciascuno è cittadino del mondo e quindi deve seguirne il naturale precetto umano e le conseguenti certezze. Questa idea non amplia i diritti enunciati dandoli a chi non li ha, ma toglie a chi già li ha qualsiasi controllo sui governanti e consegna il potere a elites senza volto che usano il linguaggio mondialista per vantare diritti religiosi od ideologici (non trascurando talvolta le occasioni di lucro). Il mondialismo vuol far credere di puntare ad uno stato mondiale di maggior giustizia, ma nella realtà divarica a dismisura (iniziando a livello nazionale con l’interporre i corpi intermedi) la connessione tra il cittadino e l’ambito normativo statale in cui l’individuo vive e sceglie (appunto perché non lo reputa adatto a decidere sulla convivenza, e vorrebbe affidare le decisioni ai competenti “amici”). In chiave mondialista la libertà del cittadino diviene una pura parola priva di concreto contenuto e volutamente scollegata dall’individuo cittadino. Di fatto, chi esalta l’esser cittadini del mondo, lo fa per meglio rompere il legame con il territorio di appartenenza e rendere impossibile l’esercizio della sovranità civile. Teorizza l’andare oltre i limiti dell’ambito territoriale in cui ci sono le norme, per meglio negare il valore dell’individuo quale fonte primaria del convivere nel tempo che passa. Il mondialismo riporta indietro di secoli la conoscenza, la libertà, la reciproca tolleranza laica.

Il mondialismo favorisce la destra. Questa è la posta in gioco nella polemica sui migranti che si batte contro il disumano sostenendo l’obiezione di coscienza. Ed è una posta enorme per chi vuole una convivenza laica, in nome dell’esperienza e dello sperimentare progetti nuovi per risolvere nella pratica i problemi sul tappeto.  L’aspetto davvero grave è che il dissennato agire di chi non condivide il decreto sui migranti predicando la disobbedienza, segue, come si rileva nei vari interventi degli alti dirigenti CEI, la logica del mondialismo antiindividualista, che ha come stella polare l’unità indistinta. Una logica in cui il rispetto dei diritti umani viene prima della libertà del cittadino, non consegue dall’applicarla a partire dai termini costruiti fino ad oggi. E quindi attribuisce lo stabilire se c’è il rispetto dei diritti, non all‘insieme dei cittadini ma alla sola comunità religiosa o ideologica.

Quanti compiono una siffatta distorsione dell’esperienza, commettono due errori perniciosi. Uno, trascurano il sentire quotidiano di tantissimi cittadini che si preoccupano del persistente destinare a masse di stranieri risorse necessarie agli italiani. Due, forniscono tutte le mattine a Salvini un’occasione per sostenere criteri avversi al mondialismo, consentendogli di indossare una vaga veste laico liberale con cui trovare molti consensi nell’opinione pubblica. Qui sta il pericolo da esorcizzare. Salvini non deve passare per ciò che non è. Dunque i laici curino la diffusione dei principi laici sui mezzi di comunicazione così da stare in prima linea nel sostenere quella separazione stato religioni che realizza, nel segno della diversità, il primato della libertà e della tolleranza civili contro il mondialismo.

 

3 commenti

Maurizio Sensini:

Il dura lex sed lex era nel mondo occidetale purtroppo solo prima dell'avvento del Cristianesimo. Non so se Gesù avese l'intenzione di far coincidere obbligatoriamente la morale cristina con la legge dello stato, fatto sta che coloro che lo seguirono crearono tale situazione. Furono talmente abili che nel corso del tempo riuscirono a far identificare la Giustizia con la Giustizia divina ed il peccato con il reato. E' vero che la legge deriva da un comune sentire, ma, almeno nelle dichiarazioni di intenzione, protegge tutti, quindi anche coloro che sono in minoranza. Però non sempre il diritto coincide con la giustizia, qualcuno ha detto che può esistere una dittatura della maggioranza. E a me pare che in Italia esista la dittatura del mistificato cristianesimo. Con questa mentalità cristiana o fintamente Tale come si possono cambiare le leggi che appaiono superate od ingiuste? Mi sento di ammirare chi paga in prima persona una disubbidienza civile assumendosene la responsabilità come facevano gli obiettori di coscienza e tutti coloro che hanno per primi iniziato a cambiare il senso giustizia (che come sappiamo non è immutabile) sensibilizzando gente e legislatori fino a raggiungere nuove leggi. E' certo però che i Cardinali citati non pagheranno l'incitamento alla disubbidienza. Perchè?

Paolo Crocchiolo:

Sono d'accordo sulla laicità, ma quando si parla di libere scelte, legalità e cittadinanza non si dovrebbe prescindere da un dato di fatto fondamentale: non tutti i cittadini, nell'ambito di un'entità statale retta dal sistema capitalista, godono di uguali diritti , anche e soprattutto nelle scelte politiche. E' un dato di fatto che non si dovrebbe ignorare, in qualunque analisi sociale che non voglia essere ispirata all'astratta finzione di un mondo di cittadini, tutti uguali nello scegliere liberamente e laicamente il proprio destino. Anche il tabù di fondo del libero mercato è imposto di fatto come un dogma religioso che condiziona, e attorno a cui ruota, tutto il resto

Raffaello Morelli:

Il commento di Paolo Crocchiolo , al quale purtroppo rispondo in ritardo, è emblematico di una contraddizione interna al mondo laico: d’accordo sulla laicità, ma adesione preconcetta alle tesi della vulgata anticapitalista. E’ un fenomeno diffuso che i laici, per essere coerenti con la laicità, devono superare. Prendo il caso specifico. Paolo Crocchiolo indica come fatto fondamentale che non tutti i cittadini, in uno stato capitalistico, godono di uguali diritti. Il che, specie se si intende uno stato democratico, non è vero a meno che per uguali diritti ci si riferisca ad uguali condizioni di vita (il che però non sarebbe laico perché i laici sono consapevoli dell’effettiva diversità di condizioni, che permane anche quando fosse del tutto raggiunto l’obiettivo di debellare la piaga della miseria). Nelle democrazie i cittadini godono di certo di uguali diritti legali, che però esercitano in gradi variabili. Ma la variabilità nell’esercizio dipende o da leggi non funzionanti almeno in parte (e per natura in democrazia ci si impegna di continuo ad adeguarle) ed anche male applicate (per questo vanno lubrificati i meccanismi burocratici) oppure (e non di meno) a causa delle modalità con cui quei diritti sono praticati dai singoli cittadini. Tutti casi derivano dal dato di fatto che la vita è contraddistinta dalla diversità degli esseri umani e che qualunque tentativo di farla dominare dalla loro uguaglianza assoluta ha portato a tragedie storiche (e compresso la laicità). Quindi i laici sono sempre attenti a eliminare le condizioni per cui i diritti legali o il loro esercizio non garantiscono abbastanza tutti i cittadini, ma non disconoscono quanto finora sono riusciti a costruire con le pubbliche istituzioni ( anzi, a differenza di quanto scrive Paolo Crocchiolo, anche e soprattutto nelle scelte politiche, comunque massima espressione della libera convivenza tra diversi). Simili considerazioni non sono un’astratta finzione di un mondo di cittadini, ma al contrario il concreto rilevare come nella realtà interagiscono i conviventi i quali, con l’esperienza, hanno compreso che la ricerca dell’uguaglianza totale e dell’unità sono ricette che hanno già ripetutamente fallito. Un lampo di richiamo al metodo della diversità civile si trova invece nell’ultimo periodo del pezzo di Paolo Crocchiolo: quando ricorda il tabù di fondo del libero mercato imposto di fatto come un dogma religioso . Anche qui, piuttosto che al principio sperimentato di mercato (che resta il più efficace per consentire il confronto tra cittadini diversi senza dogmi), si riferisce al fraintendimento del concetto quotidianamente diffuso. Eppure basta precisare che quanto i grandi mezzi comunicazione continuano tutti i giorni a chiamare mercato, non è un mercato di cittadini e di merci. Per il resto è vero. Si pensi alla borsa valori che ormai esprime non le scelte dei cittadini a contatto con l’economia fisica bensì le campagne speculative orchestrate dalle agenzie internazionali di valutazione e dagli algoritmi dai computer che fanno in tempo reale investimenti in una logica comportamentale finanziaria affine a quella della roulette. Ecco, su questi punti sarebbe bene che i laici, più che agli anatemi, si dedicassero a sollevare un dibattito per cambiare norme oggi non più adeguate alla trasparenza.