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TIFIAMO ESTINZIONE?

Di Alex Chiometti | 21.12.2018


La “leggenda urbana” è ormai diffusa da tempo. Al momento della certezza che Donald Trump sarebbe diventato il nuovo presidente degli Usa, a Berkley (o comunque in qualche campo universitario americano) i c.d. “ecologisti radicali” avevano festeggiato. E alle prevedibili domande sul fatto se avessero capito bene il risultato elettorale rispondevano fieri che sì, l’avevano capito e che sì erano contenti. Perché? Perché così si sarebbe accelerato il processo di estinzione dell’uomo e questo sarebbe stato un grande bene per il pianeta.

Al di là della veridicità della storiella viene ormai da chiedersi se un atteggiamento del genere alla fine non sia il più razionale a nostra disposizione.

Siamo sempre stati dalla parte di Leopardi e Schopenauer, una unione degli uomini di buona volontà per contrastare una natura matrigna indifferente è, a nostro modo di vedere, l’unica soluzione possibile che ha l’essere umano per sopravvivere dignitosamente come uomo e evoluzionisticamente come specie.

Il salto concettuale che l’uomo ha cercato di fare in questi secoli, nello smettere di pensare a come salvare sé stesso o tutt’al più la propria famiglia e di occuparsi di tutta la specie umana è stato bello, ma rimane ancora incompiuto, basta guardarsi intorno. E il precursore leopardiano del gramscianoottimismo della volontà” all’interno del “pessimismo cosmico della ragione” che ci ha sempre guidato non possiamo negare che è sempre più difficile portarlo avanti.

Certo la situazione culturale e politica del nostro paese non aiuta, ovvio. Ma a guardarsi intorno, isole felici del Nord Europa e qualche altra rara eccezione a parte, non è che poi il mondo sia messo molto meglio di noi.

Di Trump ormai è pleonastico aggiungere commenti o considerazioni. di Putin poi è letteralmente meglio tacere (visto che ancora noi non siamo messi così male da dar retta Fusaro), è oltremodo preoccupante vedere la sponda del negazionismo climatico di Trump nel neo-eletto Bolsonaro, che rischia di far tornare il Brasile agli anni bui della sua storia dopo essere stato a lungo una speranza per il futuro del pianeta.

Della Brexit che rischia di mandare sul lastrico l’Inghilterra (e tanto i sovranisti de noantri ancora non ne hanno abbastanza) e sarà forse ricordata come l’errore più grande nella storia della “Perfida Albione”, dice tutto il volto della povera May a cui manca solo di flagellarsi in piazza per averle fatte proprio tutte per tentare di addolcire il conto di questa follia.

Ma tutto ciò forse è la parte meno dolorosa. Quello che fa realmente male è vedere come tutta la popolazione italiana si è completamente disumanizzata e regala la sua violenza verbale a tutti gli utenti dei social network senza il minimo ritegno.

L’ultimo episodio che ha visto la famiglia del povero Meghelizi, il ragazzo italiano morto a Strasburgo nell’ultimo attentato di matrice islamica, insultata dai fanatici del sovranismo italico perché hanno commesso il grave errore di coprire il feretro con la bandiera europea invece che con quella italiana, segna un ennesimo punto di minimo della nostra decenza.

Intendiamoci, come diciamo sempre, non è facebook o il qualsivoglia social il problema. Il problema è che abbiamo permesso alle coscienze di arrivare a questo punto senza che nessuno abbia mai detto niente.

Anche Michela Murgia è stata vittima della violenza verbale a causa del suo ultimo libro “istruzioni per diventare fascisti”. Il fanatismo di condanna questa volta non solo è stato bipartisan ma è anche arrivato da pseudo intellettuali e non solo dall’uomo della strada. Il grave peccato della Murgia è stato, non solo di aver ricordato che ognuno di noi spesso ha posizioni e appoggia pensieri fascisti (ricordando quindi quanto questa parola sia attuale) ma anche di aver diffuso on line il c.d. fascistometro. Così ovviamente chi ha voluto evitare la fatica di leggere un libro (che non sia mai, troppo tempo rubato a facebook) ha potuto massacrarla solo guardando le domande on line. Il fascistometro in realtà sarebbe il gioco “leggero” nell’ultima parte di un libro geniale che illustra perfettamente, come il fascista in doppiopetto riesce ad aggirare le regole democratiche e a prendere i voti “democratici” presentandosi come “alternativo al sistema” e “contro i poteri forti”.

Ben lungi dal leggere il libro i maestri di pensiero italici (destricoli, sinistrati e rossobruni vari) hanno ben pensato di crocifiggerla un istante dopo aver risposto alle domande e scoperto che, ohibò, un po’ fascisti sono anche loro.

Erano strane o inadeguate le domande della Murgia? Assolutamente no. Niente che non ricada nelle definizioni di Umberto Eco dell’Ur-fascismo (vi dobbiamo davvero spiegare che se ritenete il sistema del suffragio universale sopravvalutato un po’ fascisti lo siete?). Ma il problema è proprio questo… non abbiamo più persone dell’autorevolezza di Eco che di fronte a tale sfoggio di saccenza possa prendere per un orecchio il Gramellini del Corsera, il quale il giorno prima si lamenta per essere stato definito sul test della Murgia un “protofascista” e il giorno dopo scrive che la volontaria italiana rapita in Kenia avrebbe fatto bene a starsene a casa.

Così dato che “nel paese dei ciechi l’uomo con un occhio solo è il re” nel paese dell’informazione omologata, controllata e appiattita verso il basso uno che ha un’editoriale su un quotidiano diventa un intellettuale. Se poi il quotidiano è il Corsera allora diventa da prendere in considerazione anche se la traduzione in “parla come mangi” di quello che scrive è sempre “Che roba, Contessa!”

Ora vorremmo anche raccontarvi di Katowice dove è definitivamente fallito in questi giorni l’accordo “Cop21” di Parigi stilato nel 2015. Era il penultimo treno per salvare il pianeta, l’ultimo sarà nel 2025 e per tenere l’anomalia termica a livelli “compatibili” con la vita così come la conosciamo, occorrerà prendere in questi otto anni misure molto più drastiche di quelle che gli Stati non hanno voluto applicare a Katowice. Vi viene già da ridere a pensarci? Ecco… vedete che cominciate a capire la posizione degli ecologisti radicali di Berkley?

Hemingway diceva che il mondo è un bel posto e vale la pena combattere per esso. Io sono d’accordo con la seconda parte”. Diceva Morgan Freeman nei panni del detective Somerset nel finale di Seven dopo tutto quello che aveva visto accadere. Era il 1995. Oggi sinceramente cominciamo a dubitare dei motivi per cui vale la pena combattere non per salvare il mondo, ma l’umanità.

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