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LETTERA APERTA AL NEOMINISTRO DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE MARCO BUSSETTI

Di Elio Rindone | 07.09.2018


ignor Ministro,

vorremmo anzitutto congratularci con Lei per il prestigioso incarico a cui è stato chiamato: abbiamo letto il Suo brillante curriculum – laurea specialistica in scienze e tecniche delle attività motorie, vincitore di concorso ordinario per docente di educazione fisica, dirigente scolastico – e crediamo di poter dire che Lei è proprio la persona giusta al posto giusto.

Ma, al contempo, ci sentiamo in dovere di esprimere una qualche preoccupazione dovuta non certo alla Sua competenza ma alle intenzioni dichiarate dal governo di cui Lei fa parte, che insiste nel presentarsi come il ‘governo del cambiamento’. Ma cambiare cosa? E perché?

Noi, autori di questa lettera aperta, siamo convinti di rappresentare, al di là delle differenti scelte partitiche, la maggioranza della borghesia italiana, la vera struttura portante di questo Paese, e non riusciamo neanche a immaginare, almeno per quanto riguarda il campo dell’istruzione, cosa ci sia da cambiare rispetto alla politica scolastica degli ultimi decenni.

Abbiamo avuto ottimi ministri, alcuni dei quali vogliamo qui ricordare non solo perché meritano una nostra particolare gratitudine ma anche perché siamo certi che Lei vorrà non mutare ma portare a compimento la loro politica riformatrice: Luigi Berlinguer (1996-2000), Letizia Moratti (2001-2006), Mariastella Gelmini (2008-2011), Stefania Giannini (2014-2016), Valeria Fedeli (2016-2018). Tutti loro, anche se appartenenti a governi di diverso colore, hanno operato con una straordinaria continuità, senza mai cedere al ghiribizzo di cancellare i provvedimenti di chi li aveva preceduti. E ci piace qui ricordare anche i più importanti interventi che questi suoi illustri predecessori, indifferenti alle proteste che spesso vedevano paradossalmente uniti parrucconi e sbarbatelli, hanno attuato per svecchiare la scuola italiana e metterla al passo con i tempi.

Cominciamo con la geniale idea di introdurre nel nostro sistema universitario la laurea triennale, che consente di abbassare l’età media dei laureati e ne anticipa l’inserimento nel mondo del lavoro. Obiettivi falliti, a giudizio della Corte dei Conti, che ha rilevato che non è diminuito il numero degli abbandoni, mentre è in costante aumento il numero degli universitari che proseguono gli studi perché con la laurea breve non trovano lavoro: ma, si sa, gli ipercritici avranno sempre qualcosa da ridire.

Abbiamo molto apprezzato anche l’aumento del numero di alunni per classe verificatosi da una decina di anni: le finanze statali sono quelle che sono e non è certo possibile pagare dei professori che intrattengono, spesso annoiandoli, solo dieci o quindici alunni alla volta! Com’era prevedibile, si è scatenata la reazione dei tanti docenti che non si accontentano del privilegio di tre mesi di vacanze pagate e che hanno cominciato a sbraitare per le cosiddette classi-pollaio. E, come al solito, hanno trovato pure un T.A.R., come quello della Toscana o della Sicilia, che ha stabilito che, nel caso ci siano disabili, le classi non possono superare i 20 alunni: ma sono sentenze destinate, per fortuna, a rimanere lettera morta.

Ottima pure la decisione di portare a diciotto ore tutte le cattedre, nonostante fossero scontate le lamentele di chi fa osservare che così vengono a mancare i docenti a disposizione per le supplenze (tanto in quelle ore in cui non si farebbe nulla in ogni caso!), si spezza la continuità didattica (ma un professore vale l’altro!) e si determina un notevole aggravio di lavoro per chi, per esempio, deve correggere i temi di italiano di quattro o cinque classi (sai che fatica!).

Come eccellente è stata l’idea di ridurre le ore di latino o di storia antica: è il momento di dire un solenne basta a chi si chiude nel culto del passato e non comprende che il futuro è dell’inglese, della scienza e della tecnica. Semmai, ci permettiamo di suggerire, in sostituzione di quelle vecchie discipline, l’aumento dell’orario settimanale delle attività motorie – la cara, vecchia ora di ginnastica di cui tutti conserviamo un così gradito ricordo – e siamo certi che Lei, così attento al benessere psico-fisico dei nostri ragazzi, saprà apprezzare la nostra proposta.

Ci aspettiamo, inoltre, che Lei voglia tradurre finalmente in atto il più volte ventilato progetto di riduzione della durata della scuola secondaria da cinque a quattro anni: perché sprecare forza-lavoro tenendo i nostri giovani sui banchi di scuola un anno di più dei compagni di altri Paesi europei, nostri concorrenti in campo economico?

Certo, abbiamo apprezzato l’introduzione della settimana corta, che Lei ha sostenuto con un argomento decisivo, e cioè il notevole risparmio per le spese di riscaldamento, ma pensiamo che si possa fare di più. La esortiamo perciò a buttare il cuore oltre l’ostacolo, riducendo a quattro non solo gli anni della secondaria ma anche i giorni di scuola alla settimana, in modo da spegnere ancor prima i termosifoni e permettere così ai ragazzi di godere già dal venerdì del… calore familiare.

Sempre in quest’ottica di saggia amministrazione delle risorse economiche, ci risulta che Lei ha collaborato al modello d'istruzione lombardo, ideato da Formigoni, ed è favorevole al buono elargito a chi frequenta le scuole paritarie. Siamo sicuri, perciò, che saprà imporre il Suo punto di vista, smentendo così le promesse elettorali del Movimento che pure partecipa, in forma speriamo sempre più subalterna, al governo e che vorrebbe invece una netta distinzione tra scuola statale e scuola privata, destinando solo alla prima i fondi pubblici.

In uno dei Suoi primi interventi da Ministro, Lei si è detto giustamente preoccupato per il calo di iscrizioni nelle paritarie, tanto che non poche rischiano addirittura di chiudere a causa delle difficoltà finanziarie. Ebbene, siamo d’accordo con Lei: bisogna invertire la rotta, e perciò Le assicuriamo tutto il nostro sostegno se, indifferente agli attacchi di chi certamente La accuserebbe di violare la Costituzione, vorrà aumentare l’importo del buono-scuola in modo da rendere addirittura più costosa la frequenza della scuola pubblica.

Checché ne pensino i soliti spendaccioni laicisti, se la maggioranza degli studenti scegliesse le scuole private, quasi tutte cattoliche, raggiungeremmo infatti con questa semplice mossa un duplice obiettivo: non solo avremmo la garanzia di un più sicuro radicamento delle nostre tradizioni cristiane ma anche lo Stato farebbe un affarone risparmiando su numerose voci di spesa: stipendi di presidi, professori, segretari e bidelli, manutenzione degli edifici e, perché no, riscaldamento! Senza dimenticare un ulteriore consistente vantaggio per le casse statali: i plessi scolastici rimasti inutilizzati si potrebbero vendere ai privati, che magari li trasformerebbero in alberghi incrementando così il turismo.

* * *

Conosciamo bene, Signor Ministro, le critiche rivolte alle riforme attuate o solo progettate dai Suoi illuminati predecessori: si tratterebbe di interventi privi di una coerente visione della scuola, accomunati solo dalla logica dei tagli suggeriti o imposti dal Ministero dell’Economia. E che? Non sarebbe anche questa una ‘visione’, potremmo facilmente ribattere! In un periodo difficile come quello che attraversa da decenni l’Italia, è ovvio che tutti i Ministeri debbano operare dei tagli, e se c’è un Ministero che è gravato da spese superflue è proprio quello della Pubblica Istruzione.

Spese assolutamente superflue, dato che il Paese, e siamo così arrivati alla questione decisiva, non ha bisogno di una scuola che fornisca candidati al premio Nobel. Ecco, per dirla tutta, quei tagli rispondono in realtà a una logica che va ben al di là delle attuali contingenze economiche e sono frutto di una precisa ‘visione’ della scuola: noi siamo assolutamente convinti che all’Italia occorra un sistema scolastico che prepari al lavoro. Sono queste le nostre idee, e dobbiamo manifestarle apertamente, come ha fatto uno dei Suoi più coraggiosi predecessori dichiarando, in una memorabile intervista, che «Il Liceo classico ci ha corrotti» perché ha allontanato i giovani dalla manualità.

Ecco, oggi non dobbiamo più vergognarci di affermare che lo studio deve servire a scopi pratici. A vergognarsi devono essere, piuttosto, i reazionari che non la smettono di lagnarsi denunciando il crescente degrado culturale dei giovani, e credono che sia sufficiente citare grandi personalità, o pretese tali, del passato per provocare un cambiamento di rotta.

Non è certo un caso, Signor Ministro, se oggi nessuno legge più, per esempio, gli Scritti sulla scuola di Gaetano Salvemini, un uomo sempre controcorrente che definì se stesso un ‘pazzo malinconico’? Su questo aveva proprio ragione, ed ecco alcune sue frasi che lo provano: «Nelle società democratiche una cultura alta e disinteressata non è per le classi superiori un diritto: è un dovere»; “Il valore di un’educazione si misura non dal numero delle nozioni che nel momento in cui l’educazione finisce l’alunno può avere nella sua testa, ma da quanto la scuola lascia in lui di gusto, di slancio, di attitudine a istruirsi con un lavoro indefinitamente continuo”; «La scuola laica è la scuola indipendente da tutti, i preti neri, verdi, rossi, di tutti i colori; è la scuola che chiami a sé i migliori uomini che siano disponibili sul mercato, che la misura degli stipendi permette di attirare, senza preoccuparsi delle idee politiche o religiose o scientifiche di ciascuno, […] affinché essi insegnino agli alunni non quello che essi o il governo credono sia la verità, ma in che modo, con la forza della ragione, con animo libero da pregiudizi e da preconcetti, ognuno debba cercare la verità»? Cercare la verità: sì, nell’iperuranio sognato da Platone!

Ed ecco la sua idea di laicità: “La scuola laica non deve imporre agli alunni credenze religiose, filosofiche o politiche in nome di autorità sottratte al sindacato della ragione... È laica la scuola in cui nulla si insegna che non sia frutto di ricerca critica e razionale, in cui tutti gli insegnamenti sono rivolti a educare e rafforzare negli alunni le attitudini critiche e razionali”; “chi dirà scuole private, dirà 99 volte su 100 scuole clericali, perché fra tutte le associazioni private la sola chiesa cattolica dispone delle forze finanziarie e del personale occorrente a prendere il posto della scuola pubblica”; «La politica scolastica del partito clericale non può essere in Italia che una sola: deprimere la scuola pubblica, non far nulla per migliorarla e più largamente dotarla; favorire le scuole private confessionali con sussidi pubblici, e con sedi d'esami, con pareggiamenti»; “i poteri pubblici alle scuole private non devono concedere sussidi o protezioni di nessun genere”. Ecco che alla fine vien fuori la sua idea di laicità: il cieco anticlericalismo di chi, boicottando le scuole private, vorrebbe cancellare le tradizioni cattoliche del nostro Paese!

Per non parlare di Antonio Gramsci, un comunista le cui idee, superate già ai suoi tempi, ora risulterebbero semplicemente incomprensibili: “La cultura [...] è organizzazione, disciplina del proprio io interiore; è presa di possesso della propria personalità e conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti, i propri doveri” (Socialismo e cultura, in Il Grido del popolo, 29/1/1916)? Ogni commento sembra superfluo: si tratta chiaramente di espressioni di una mente esaltata!

E infatti il povero Gramsci, come Lei certamente ricorda, era un uomo isolato dal mondo: scriveva in carcere nei primi anni trenta del Novecento, tanto che i suoi scritti, da cui traiamo le seguenti citazioni, sono stati pubblicati proprio col titolo di Quaderni del carcere. Soltanto dalla sua visione cupa della vita poteva derivare la strana idea che chi studia debba sopportare fatica e noia: “Occorre persuadere molta gente che anche lo studio è un mestiere, e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio, oltre che intellettuale, anche muscolare-nervoso: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo, la noia e anche la sofferenza”. A sentire queste tesi, i nostri ragazzi, abituati alla leggerezza e all’allegria, giustamente scoppierebbero a ridere.

Naturalmente non poteva mancare, anche nel suo caso, l’elogio dello studio fine a se stesso, non orientato a fini pratici, e per conseguenza delle lingue morte, da valorizzare per la loro particolare efficacia formativa: “Non si imparano il latino e il greco per parlare queste lingue, per fare i camerieri o gli interpreti o che so io. Si imparano per conoscere la civiltà dei due popoli, la cui vita si pone come base della cultura mondiale”. Gli intellettuali di sinistra non riescono proprio a nascondere il loro disprezzo per camerieri e altri lavoratori!

E sul tema della separazione tra scuola e mondo del lavoro, che è il vero cuore del problema, quest’uomo accecato dalla sua aberrante ideologia insiste testardamente: “Lo studio o la maggior parte dello studio deve essere disinteressato, cioè non avere scopi pratici immediati o troppo immediatamente mediati: deve essere formativo, anche se ‘istruttivo’, cioè ricco di nozioni concrete. Nella scuola moderna mi pare stia avvenendo un processo di progressiva degenerazione: la scuola di tipo professionale, cioè preoccupata di un immediato riflesso pratico, prende il sopravvento sulla scuola ‘formativa’ immediatamente disinteressata. La cosa più paradossale è che questo tipo di scuola appare e viene predicata come ‘democratica’, mentre invece essa è proprio destinata a perpetuare le differenze sociali”.

Ecco l’incolmabile distanza che ci separa da Gramsci: per noi è davvero democratica una scuola che mette i giovani in condizione di trovare un lavoro, perché per un uomo nulla è più importante di avere la possibilità di guadagnare per mantenere la famiglia. Per i comunisti, invece, una scuola è democratica se prepara la rivoluzione: l’obiettivo è infatti quello di stravolgere l’ordine costituito e di annullare le differenze sociali, che ci sono sempre state e, grazie al cielo, ci saranno sempre.

La sostituzione della scuola formativa – che forma che cosa: intellettuali disoccupati? – con quella professionalizzante, che per i Salvemini e i Gramsci era degenerazione, per noi è progresso, ed è ormai un fatto compiuto proprio grazie ai Ministri che da tempo hanno cominciato a rompere i vecchi tabù. Innovazione deve essere, a nostro parere, il motto del Ministero, e da questo punto di vista siamo certi che Lei potrà avere un validissimo collaboratore nel Sottosegretario Salvatore Giuliano, al quale vanno i nostri più fervidi auguri di buon lavoro.

Laureato in Economia Bancaria, Finanziaria e Assicurativa, è dirigente scolastico, come Lei saprà, di una delle più famose scuole del Mezzogiorno, l’Itis Majorana di Brindisi, tra i primi istituti a sperimentare il percorso a 4 anni della scuola secondaria di secondo grado, e ai primi posti tra le scuole italiane per l’impiego delle tecnologie digitali.

Ma il contributo più originale che il nuovo Sottosegretario potrà dare riguarderà sicuramente l’innovazione didattica: è, infatti, un esperto di flipped classroom o, per chi non avesse dimestichezza con l’inglese, ‘aula (in italiano meglio: didattica) capovolta’. E proprio di un radicale capovolgimento ha bisogno la nostra scuola per rispondere alle esigenze di una società caratterizzata dalla rivoluzione del web, alle richieste del mondo delle imprese e ai desideri degli studenti e delle loro famiglie.

Grazie a internet, infatti, i contenuti sono oggi a disposizione degli studenti, che restando a casa possono ascoltare e memorizzare le lezioni dei docenti. In classe, invece, si va per imparare a risolvere i problemi pratici proposti dagli insegnanti, in un'ottica di pedagogia differenziata e apprendimento a progetto. Ecco il compito della scuola, per il nostro Sottosegretario: insegnare a risolvere problemi, teoria finalizzata alla pratica. Cosa possiamo aggiungere, se non che siamo totalmente d’accordo?

Concludiamo, quindi, la nostra lettera aperta dicendoci sicuri che la sinergia tra un Ministro favorevole alle scuole paritarie e un Sottosegretario sostenitore dell’insegnamento capovolto potrà completare il rinnovamento della nostra scuola, già a buon punto grazie alla recente introduzione di una delle più grandi conquiste della pedagogia moderna, l’Alternanza Scuola-Lavoro – la novità più significativa della legge sulla ‘Buona Scuola’, da entrambi apprezzata – che ha sostituito quattrocento ore di lezione nei professionali e duecento nei licei con più utili esperienze lavorative.

Si tratta davvero, come si legge sul sito del Ministero, di “una modalità didattica innovativa, che attraverso l’esperienza pratica aiuta a consolidare le conoscenze acquisite a scuola e a testare sul campo le attitudini di studentesse e studenti, ad arricchirne la formazione e a orientarne il percorso di studio e, in futuro di lavoro, grazie a progetti in linea con il loro piano di studi. […] Un cambiamento culturale per la costruzione di una via italiana al sistema duale, che riprende buone prassi europee, coniugandole con le specificità del tessuto produttivo ed il contesto socio-culturale italiano”.

Noi troviamo queste poche righe semplicemente entusiasmanti: ‘didattica innovativa… testare sul campo… percorso di studio, e in futuro di lavoro… via italiana al sistema duale… specificità del tessuto produttivo… contesto socio-culturale’. Eccitati come siamo, non riusciamo a trattenerci dal formulare una proposta che non esitiamo a definire rivoluzionaria: perché non utilizzare sino in fondo questa nuova modalità didattica, ribaltando la distribuzione dei tempi? I nostri giovani potrebbero dedicare solo poche centinaia di ore alle lezioni in classe – o meglio nelle aule capovolte – e per il resto fare ben più gratificanti esperienze lavorative, soprattutto manuali, nelle strutture ecclesiastiche (ben 16 diocesi su 20 hanno già stipulato intese con gli Uffici scolastici regionali sull’Alternanza Scuola Lavoro, perché pare che i parroci cerchino disperatamente giovani sacrestani) o nelle aziende dei nostri generosi imprenditori: così in pochi anni – senza guadagnare, è vero, ma anche senza spendere un soldo – diverrebbero già dei lavoratori provetti!

Siamo certi, Signor Ministro, che se questa proposta – opportunamente definita nei dettagli dal Signor Sottosegretario e ovviamente supportata da una martellante campagna dei nostri giornali – diventerà realtà grazie alla Sua prudenza e alla Sua determinazione, i nostri studenti, futuri elettori, sapranno esprimere col voto la loro riconoscenza, e Lei passerà alla storia come il migliore Ministro della Pubblica Istruzione di tutti i tempi.

 

 

 

 

3 commenti

Beatrice Anna Trogu:

Dott. Rindone, Lei è un grande

giovanni:

guarda che ti prendono sul serio

Beatrice Anna Trogu:

Appare evidente la "leggera" sfumatura ironica