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L’EPOCA DEL RISENTIMENTO

Di Giovanni Fioravanti | 01.08.2018


iamo malati nel sentire e la nostra patologia è il risentimento, una specie di entropia del sentimento che anziché crescere “versione” ed “animo” produce “avversione” e “animosità”. Tornare sui sentimenti traditi, sulle recriminazioni, su quello che è stato e che non è stato come se il mondo improvvisamente si fosse fermato lì. Il risentimento è come la vendetta, entrambi sono ciechi, non ti fanno vedere, ti uccidono il respiro.

Il risentimento detesta, e nel caso migliore ci arresta alle parole del poeta: “Non domandarci la formula che mondi possa aprirti/ sì qualche storta sillaba e secca come un ramo./ Codesto solo oggi posso  dirti,/ ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”.

Davvero troppo poco, non ce lo possiamo più permettere. Era il 1923 quando Eugenio Montale scrisse questi versi. Quello che è accaduto dopo dovrebbe averci resi consapevoli che non è sufficiente sapere “ciò che non vogliamo”, che il risentimento non promette di aprire mondi nuovi, perché in ogni epoca è necessario compiere lo sforzo di essere consapevoli di dove si vuole andare, se manca questa coscienza viene meno la spinta a fare la storia, a scrivere la narrazione delle proprie vite. Altri la faranno e altri le scriveranno al posto nostro.

Il risentimento è la frustrazione dell’ego, l’amletico dubbio, l’ego deluso da sé perché “io non sono”, il risentimento nasce dal “non essere”, per cui tutto deve non essere, ciò che è quello che io non ho potuto o saputo essere va cancellato, attende la rivincita della storia. Potessi essere qualcun altro! Ma non lo sono e non ho la forza e le opportunità per esserlo. Questa è l’ingiustizia sociale. E tutti quelli che sono “qualcuno” lo sono per via di privilegi, perché diversamente anch’io avrei potuto essere qualcuno e i loro privilegi hanno certamente impedito a me di diventare anch’io qualcuno.

È che di questo passo chiunque mi sta vicino può essere quel qualcuno che mi ha sottratto ciò che mi spettava, che mi impedisce di essere qualcuno.

La società del rancore, la società del sospetto, la società della diffidenza, la società della rivincita come vendetta giustizialista. Dobbiamo fare finta che tutti siamo alla pari, muoviamo dalle stesse condizioni, dobbiamo azzerare differenze e privilegi, uno vale uno. Ripartire tutti da capo. Rifarci la democrazia. Non si delega più, perché, se no, non siamo più uguali. Ognuno dice la sua e poi si va a maggioranza e poi si sorteggia uno che esegua quello che abbiamo deciso. E tutte le volte si ricomincia da capo.

È la democrazia diretta contro la democrazia rappresentativa. La democrazia diretta dovrebbe accompagnarsi alla società degli uguali. Abbattere le differenze di censo e di opportunità e invece si accanisce contro la democrazia rappresentativa, che è in partenza perdente, in quanto destinata ad essere soppiantata dalla partecipazione diretta dei cittadini, dal popolo che si proclama piazza. Si accanisce sul passato da raddrizzare anziché combattere prima di tutto le cause delle diseguaglianze e delle ingiustizie  sociali, le prime ad impedire una democrazia diretta esercitata alla pari.

Invece questi paladini della democrazia diretta, destinata ad archiviare parlamenti ed istituzioni per sostituirli col sorteggio on line, non sono né di destra né di sinistra, anziché sanare le ingiustizie ritengono prioritario porre fine ai privilegi, senza riscattare le plebi e sostituendosi alle aristocrazie detestate.

Perché sapere “ciò che non vogliamo”, volere per “negazione” è più facile che volere per “affermazione”. Perché democrazia diretta non significa avere un progetto condiviso, essere partecipi di un progetto collettivo, non significa esercitare un’egemonia culturale, ma solo la propria mediocrità personale.

Stare al di qua dell’uomo, mai avventurarsi oltre l’uomo, perché ciò potrebbe metterci di fronte alla nostre miserie, alle nostre piccolezze e scoprire che si potrebbe essere più colti e più intelligenti, più capaci di leggere a fondo e più lontano.

Democrazia diretta e mediocrità si danno la mano perché aiutano a fingere che non abbiamo bisogno dei migliori, che chi si distingue sia chiamato a servire lo Stato, che non si progredisce per i meriti dell’eccellenza, tanto uno vale uno.

È Pericle a ricordare agli Ateniesi: “Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore”.

Una democrazia del rancore teme il “valore”, il valore dell’altro, abdica alla cultura e all’intelligenza, in queste condizioni qualunque democrazia diretta o rappresentativa non sarà altro che una miseria

Un commento

Francesco Introzzi:

Cuneo, 31 agosto 2018 Una democrazia del rancore teme il “valore”. Non posso che condividere, ma ci siamo già dentro quando stronchiamo - da bravi italiani - chiunque minacci di essere apprezzato "più di me"! Francesco Introzzi f.introzzi@alice.it