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IL MIO 68

Di Antonia Sani | 01.05.2018


ono sempre molto perplessa di fronte alla celebrazione di eventi “all’americana”.

Il “day” esaurisce tutto nel giro di 24, max 48 ore. Viene messo in evidenza dal  tam tam dei media tutto ciò che può colpire l’immaginario di chi agli eventi  celebrati non ha potuto partecipare, per ragioni prevalentemente anagrafiche; poi, tutto  torna sotto la cenere.

Altrettanto, nella scadenza del cinquantenario, potrebbe accadere per le rievocazioni

del 68: le folle di giovani urlanti, inframmezzate da cartelli e cartelloni contro “la scuola dei padroni “, e “la FIAT è la nostra Università, l’Università è la nostra FIAT”, “Valle Giulia”, “il maggio francese”. Poi, tutto di nuovo sotto la cenere….

Ma in questo caso, così non sarà, semplicemente perché il 68 non ha bisogno del cinquantenario per essere evocato.

Il 68 continua a vivere in chi quegli anni li ha vissuti: chi da protagonista, chi nelle sfide affrontate nell’ esistenza quotidiana, chi nei dibattiti interminabili in cui certezze ereditate acriticamente venivano scomposte, negate, scardinate; è continuato a vivere in coloro che ne hanno respirato il clima nel decennio successivo e in quanti ne hanno sperimentato negli anni a seguire evoluzioni e involuzioni.

C’è un “prima” del 68, e c’è un “dopo il 68”. Ed è di questo che si deve ragionare.

Al di là di ogni retorica celebrazione.

Io raffiguro quell’anno emblematico con una sorta di spugna, giallognola, biologica, non artificiale, una spugna che si imbeve dei rivoli che vi piovono sopra, per poi – strizzata la spugna gonfia di un liquido ormai indistinto – essere rimessi in circolo in una miscela, alimento delle tante fisionomie partorite.

I rivoli rappresentano l’emanazione distinta di società fortemente stratificate, come apparivano le società del decennio precedente il 68.

Ho trascorso quegli anni in Germania, a Monaco di Baviera, dove, per l’attività di  mio marito , ho avuto modo di entrare in contatto con movimenti socio-culturali che in Italia in quegli stessi anni avevano una forte connotazione politico-partitica, mentre nella Rep. Fed. Ted. (il Partito Comunista era fuori legge dal 1956, riammesso nel 1968) erano animati da contestazioni rivolte agli ambienti conservatori, in chiave irridente / anticonformista, con venature di ironica perfidia quando individuate, addirittura in ambito familiare, vecchie complicità col nazismo…

La mia abitazione era invasa da oggettini tradizionali, regali di matrimonio di amici dei miei genitori. Ricordo un pomeriggio a casa, dopo un invito a un gruppo di giovani artisti “schwabinghiani” (il quartiere dei localini più anticonformisti di Monaco) con cui trascorrevamo tante serate, la scoperta di un prezioso angioletto di  Sèvres  finito in fondo a una caraffa di thé. Una delle alette di porcellana si era spezzata nel lancio. Vicino c’era un bigliettino in lingua tedesca “ ah ah, credevo di volare”.

Lo scherno era rivolto a un simbolo borghese e insieme religioso, ossia di una religione  asservita a  un’ élite. ..Di quel gruppo facevano parte studenti universitari sensibili ai richiami provenienti dal nascente movimento dell’Università di Berkeley (1964); un’America  alternativa a quella  dispiegata nella Rep. Fed. Ted. con tutta la sua forza di potenza occidentale di riferimento.  L’espulsione da parte dei docenti di Berkeley e di altre Università statunitensi di coloro che sostenevano il No alla Guerra in Vietnam, i diritti civili dei neri statunitensi, le lotte contro i regimi dittatoriali dell’America latina, contro il neocolonialismo in Africa…, aveva dato il via a una mobilitazione crescente, negli USA e nell’Europa Occidentale, con dispiegamento negli USA di forze di polizia sconcertate da quanto stava accadendo. (Il pensiero corre al coraggio indomito di Silvia Baraldini, di Martin Luther King..)

Agli studenti, in Germania, si univano artigiani, operai, ma non come espressione di una classe sociale, piuttosto come singoli simpatizzanti estrosi, stravaganti, accolti come tali dagli studenti  (una sfida nei confronti dei loro ambienti tradizionali di provenienza.)

Non mancavano lavoratori turchi, curiosi, attratti dal clima imprevisto…“il potere ai fiori- mettete dei fiori nei vostri cannoni…..”

Distanti le mille miglia i tanti immigrati italiani, assistiti nelle baracche fangose da giovani sacerdoti.

Avevo avuto occasione di viaggiare con loro tornando una volta dall’ Italia, in vagoni   stipati ,  bottiglie di vino e canti paesani , salumi  calabresi che inondavano di peperoncino tutto il treno…  Per loro si trattava di arrivare, dopo 3 giorni di viaggio massacrante, nella “terra   promessa” dove   sarebbero stati definiti e marginalizzati   come “fremdarbeiter” (lavoratori stranieri), solo più   tardi (effetto del clima sessantottino?) con la facile   ipocrisia tedesca, trasformati   in “gastarbeiter” (lavoratori ospiti). Ma sfruttati sempre.

Sulla contestazione studentesca – espressione che non verrà mai abbastanza richiamata per spiegare la natura originaria del movimento-  contro Accademie e Istituzioni protese a proteggere   inalterata l’imposizione  di modelli culturali ormai respinti, era evidente l’influsso  del  pensiero di H. Marcuse, ovviamente  non circoscritto all’ambito tedesco, data la popolarità pluridecennale della Scuola di Francoforte.

L’idea attrattiva presentata dal filosofo   ( “L’uomo a una dimensione”) era l’opposizione a una società repressiva, in difesa dell’ individuo e della sua felicità, il  rispetto di bisogni individuali non più repressi. L’orizzonte era quello di un ideale rivoluzionario per  un’umanità futura, libera e disalienata, imperniato sulla “liberazione” della   persona umana da ogni forma di autoritarismo gestita  da società patriarcali,dispotiche, rimaste invariate nei secoli , addirittura potenziate nello  sfruttamento del lavoro umano dallo sviluppo tecnologico.

In Italia la spinta più forte era   determinata dall’antifascismo , collante che metteva insieme studenti e operai, più  difficilmente catturabili,questi ultimi, su terreni culturali, per loro meno familiari della lotta di classe. Restava comunque incancellabile la connotazione borghese della provenienza di molti studenti, ragione prima della loro contestazione a un sistema cui generosamente si opponevano, ma ancora frutto di quella stratificazione che ispirò a Pasolini i famosi impietosi versi. L’avvio del Concilio Vaticano II coglieva analoghe spinte nel mondo cattolico.

Ricordo a Monaco di Baviera una Chiesa cattolica   nel quartiere residenziale più esclusivo della città, dove persone adulte, uomini e donne dall’aspetto meditabondo, ascoltavano assorti/e le conferenze del Padre gesuita Romano Guardini;  una  sorta di ricerca a  cogliere l’essenza del messaggio evangelico, la centralità dell’uomo concreto senza l’imposizione  di una predica dal pulpito,  in sintonia con le proprie  esigenze interiori. Io restavo  interdetta.

Da ragazza, con   compagne di Università, sulla spinta del libro di Gilbert Cesbron  “I Santi vanno all’Inferno” ci eravamo appassionate all’azione dei preti operai.  Erano gli anni 50.

Guidate da un sacerdote portavamo gli aiuti dell’Opera San Vincenzo nelle case degli indigenti, ma a un certo punto ci siamo rifiutate di portarli alle famiglie dei “disoccupati.” Per loro bisognava adoperarsi a trovare un posto di lavoro! Il sacerdote ci sospese dall’attività dicendo che non dovevamo sostituirci a un Ufficio di Collocamento. Il   nostro compito era elargire “la carità”. ..

Mi sembrò, allora, incomprensibile che la solidarietà, l’aiuto concreto a una famiglia, se fatto in nome di un’istituzione   religiosa non potesse uscire da uno schema rigido risalente a secoli precedenti.  Ho pensato  per la prima volta che per compiere un atto di solidarietà umana poteva essere necessario prescindere dall’adesione a una fede religiosa….

Ecco, alle soglie del 68, tornata definitivamente in Italia, mi sono trovata immersa in   più rivoli che mi ponevano in contraddizione con quella che avevo considerato la “mia religione”. Gli incontri, i raduni nelle parrocchie  di gruppi che, sulle spinte dell’esperienza dell’Isolotto, cercavano una via autonoma, libera dai diktat autoritari per vivere la propria fede,  per porsi domande, fornirsi a vicenda risposte, mi indispettivano.

Non capivo. Per me la fede religiosa era tutt’uno con l’istituzione che per secoli l’aveva trasmessa.  Non condividevo quel porsi domande, quel voler contemporaneamente uscire dall’istituzione ma mantenere l’essenza di un involucro che da quelle   istituzioni   aveva attinto la linfa.  Non condividevo la “Teologia della liberazione” sviluppatasi nell’America latina, se non fosse stata anche liberazione dalla fede. Quante notti a parlare, a confrontarci con chi   sosteneva l’esercizio della propria fede religiosa libera  dall’autoritarismo delle istituzioni….

Mi sentivo un pesce fuor d’acqua, ma anche tanta angoscia dentro, i ricordi di riti, cerimonie, feste dedicate a simboli di una fede che non mi ero mai chiesta se veramente mi  appartenesse.. ..

Il 68 ha rappresentato per me una   liberazione, il via a una scelta consapevole di vita.

La “primavera di Praga” (drammaticamente domata nell’agosto 1968)   aggiungeva al movimento degli studenti   un’ansia di libertà che nel nostro paese già si era manifestata nei dibatti nelle sezioni del   PCI: la contestazione di un partito comunista che imponeva, difendendo le ragioni del dispotismo sovietico, la fine dei sogni   che avevano preparato il 68.

Furono anni laceranti in Italia: la formazione dei movimenti di Sinistra, fieri antagonisti di un PCI che non rinunciava ai legami storici con l’URSS.

La nascita del Manifesto.  Furono anni costellati di contrasti generazionali anche drammatici.

Ma nel decennio successivo prevalse una soluzione laica, favorita dagli obiettivi concreti che si affacciavano all’orizzonte: le battaglie per una scuola democratica, antifascista, con la partecipazione di tutte le componenti, in cui si riconoscevano  sul terreno comune dell’antifascismo  movimenti  e partiti di sinistra; il grande coinvolgimento, le marce  dei Comitati di quartiere per la chiusura dei manicomi, per una Sanità pubblica, le rivendicazioni femministe, oltre il recinto  dell’emancipazionismo, caro al PCI, per l’affermazione di un’ autodeterminazione  che approderà nel 1978 alla legge 194  e finalmente nel 1996  alla legge contro la violenza sessuale; la nascita dei movimenti ecologisti….

Tutto ciò favorì negli anni 70 la grande affermazione delle Sinistre- pur nelle inevitabili rivalità- nelle coscienze oltre che nei successi elettorali.

La lezione del 68  fu e resta per molti e molte di noi l’impegno alla prosecuzione  di quel dialogo che nell’impeto giovanile aveva abbattuto le barriere di una stratificazione economica e sociale, che dopo gli anni delle comuni lotte di popolo condotte dalla  Resistenza al nazifascismo, era ritornata implacabile sul terreno  nazionale; un dialogo critico, interetnico, interreligioso, distante dall’affermazione di valori  assoluti, sempre pronto a rimettere in  discussione traguardi raggiunti, ma  fedele ai principi democratici che avevano  animato la lotta di studenti e operai uniti contro l’autoritarismo, contro ogni forma di fascismo.

Purtroppo questa lezione non fu universalmente intesa.  Il disimpegno degli hippies, degli indiani metropolitani, il disorientamento delle masse di giovani al Pop festival del Parco Lambro (1976), le sperimentazioni delle neoavanguardie esaltarono al massimo grado l’individualismo e il protagonismo (pur contenuto nei rivoli  marcusiani…)

Gli anni bui degli scontri violenti tra giovani “fascisti” e “comunisti” (l’assassinio di Walter Rossi, il “rogo di Primavalle”) il delirio d’onnipotenza della banda Baader-Meinhof, delle BR, oggi dell’ISIS, hanno dimostrato come la sete di assoluto non sia stata sconfitta, come continui ancora oggi ad annidarsi in tanti giovani in fuga da una realtà rifiutata in nome di un potere autoritario da esercitare sugli esseri umani nel ruolo di giustizieri.

La sfida continua, deve continuare.!

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