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UNA DEONTOLOGIA, PER LE LEGGI ELETTORALI

Di Attilio Tempestini | 25.10.2017


I sistemi per l’elezione di un parlamento sono, di vari tipi e sottotipi; né mancano argomenti per sostenere, al riguardo, questa o quella scelta. Difficilmente però si potrà -apertis verbis- sostenerla col solo argomento, che essa avvantaggerà un determinato partito (o gruppo di partiti): e potremmo dunque parlare, per le proposte di legge in materia, di una deontologia dalla quale tanto più ci si allontana quanto più ad un sistema elettorale si mira, per ragioni non chiaramente super partes ma chiaramente di parte.

Indubbiamente le proposte, con le maggiori credenziali deontologiche, sono quelle che si darebbero nella situazione-limite (da anno zero), di un sistema politico appena formatosi e nel quale i vari partiti non conoscono le rispettive prese sull’elettorato. Siccome dunque essi hanno ancora davanti a loro, quel velo dell’ignoranza -per dirla col filosofo Rawls- che induce a comportamenti di genere universalistico, potranno lasciare nei propri programmi il massimo spazio alle considerazioni di tipo teorico, che abitualmente sentiamo fare per l’uno o l’altro sistema elettorale. Così, ci sarà chi preferirà il sistema proporzionale perché rispecchia meglio l’elettorato e chi preferirà il sistema maggioritario perché esso si prefigge un parlamento più funzionale.

Allorché però, dopo l’anno zero, un parlamento ha preso ormai vita è inevitabile che per modifiche nei confronti della legge elettorale vigente, i vari partiti diano peso a valutazioni di convenienza. Ma è un peso che può degenerare, da un dato fisiologico ad uno patologico: ed in Italia direi che questa degenerazione è andata piuttosto avanti.

Dagli anni novanta del secolo scorso abbiamo visto, infatti, sia proposte di modifica frequenti -per via parlamentare come per via referendaria- e giunte più volte in porto. Sia, vari partiti cambiare in questo lasso di tempo le loro opinioni in materia: basti pensare al Partito Democratico ed a Forza Italia (nonché ai partiti da cui queste due, forze politiche, derivano). Tale frequenza di proposte e tale mutevolezza di linee depongono quindi, per una situazione in cui le scelte di principio più non contano e l’obiettivo è soltanto quello di un abito, confezionato su misura.

Se poi entriamo, nel merito delle proposte, esse più volte risultano vistosamente a vantaggio di chi le fa. Ciò valeva in effetti già a metà del secolo scorso, quando nello scorcio della legislatura 1948-1953 il governo De Gasperi portò all’approvazione la cosiddetta legge-truffa. Essa assegnava alla coalizione di partiti che superasse 50% dei voti, circa due terzi dei seggi: ma l’unica coalizione immaginabile era quella fra i partiti favorevoli alla legge! Nell’attuale legislatura, poi, il vantaggio in questione emerge -magari non così vistoso- tanto per la proposta divenuta legge alcuni anni fa, quanto per quella attualmente discussa in parlamento (nella prima delle due si prevedeva un premio di seggi per chi raggiungesse una percentuale di voti, che era quella raggiunta nelle elezioni del parlamento europeo dal principale partito proponente): e, per di più, chi voglia contestare un vantaggio del genere si vede tolto lo spazio sotto i piedi, giacché per entrambe le proposte il governo ha arginato la discussione ponendo, come a suo tempo il governo De Gasperi, la questione di fiducia.

Mentre semmai si potrebbe, di deontologia, parlare anche quanto all’esigenza che i partiti all’opposizione non incontrino per andare al governo con le elezioni successive, più difficoltà che i partiti andati al governo con le elezioni precedenti!

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