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UNA FERITA PROFONDA

Di Giovanni Vetritto | 25.06.2017


Critica liberale perde con Stefano Rodotà non soltanto uno dei membri del suo prestigioso comitato di presidenza; non soltanto uno dei suoi più affettuosi amici; perde un testimone visibile e combattivo della storia della sinistra laica e liberale e socialista, uno dei pochi sopravvissuti della vicenda della “altra sinistra” salveminiana e post azionista davvero conosciuto.
Nessuno come lui ha avuto la capacità di tenere la scena con la medesima visibilità, ma senza mai deflettere dai suoi principi, senza mai farsi sorprendere in contraddizione tra ciò che sosteneva nel dibattito pubblico e le scelte concrete di una vita cristallina.
Tanti giganti la “nostra” tradizione culturale, a cavallo tra liberalismo di progresso, socialismo rosselliano, repubblicanesimo militante, azionismo irriducibile, laicismo militante ha prodotto e vede ancora testimoni; ma pochissimi la storia e la quotidianità politica ha messo nella posizione di dover reggere il proscenio di un dibattito pubblico imbarbarito; e Rodotà lo ha retto senza errori, senza contraddizioni, senza cadute di stile. Da vecchio signore del diritto e della politica.
Nato al liberalismo progressista nei salotti buoni del crocianesimo, scoperto dalla stessa Elena Croce, Rodotà accoppiò sin da subito la carriera scientifica con l’assidua presenza nel dibattito pubblico, esordendo giovanissimo, addirittura direttamente sulla prima pagina, nella rivista storica del liberalismo di sinistra, “Il Mondo” di Mario Pannunzio.
Erano anni nei quali la sua riflessione scientifica, in specie quella sui diritti di proprietà, presentava entusiasmi statalistici che lo ponevano in una qualche contraddizione politica con la cultura liberale di cui era imbevuto; e questo aspetto non può essere sottaciuto, ma merita oggi una riflessione, che si spera non tardi, da parte degli specialisti per ricostruirne ragioni e finalità.
Poi per tutta la vita ha mantenuto questa doppia anima di scienziato sociale fine e innovativo ma capace, al tempo stesso, di volgarizzare accreditare concetti corretti e alti, ma comprensibili, con la sua parallela funzione di educatore civile dalle colonne di importanti quotidiani.
Anche quando nel 1979 andò in Parlamento, come capo della delegazione di un’esperienza forse sbagliata, ma onesta e rimpianta, come quella degli indipendenti di sinistra del Pci, mai rinunciò alla sua autonomia, andando perfino in collisione con il partito che lo aveva fatto eleggere quando, nella notte della Repubblica, rifiutò di sottoscrivere la deriva giustizialista sotto l’attacco delle Brigate Rosse.
E ancora durante la breve parentesi in cui aderì al Pds dopo la svolta della Bolognina, accettando addirittura la carica di Presidenza, scommis sulla onestà di una svolta che doveva riaprire il dibattito sulla vicenda storica della sinistra italiana del Novecento; ma non ebbe alcun problema a fare un passo indietro e recuperare la sua totale indipendenza, appena capì che gli epigoni dello stalinismo non avevano alcuna intenzione di ridiscutere il loro passato; non senza prima essersi appuntato in petto la medaglia di assoluto valore rappresentata dai canaglieschi attacchi di un uomo che incarnava la negazione assoluta dei suoi valori di democrazia e trasparenza, come Francesco Cossiga.
Fu poi il primo Garante della Privacy, nella fase di nascita dell’Autorità di garanzia di questo nuovo diritto di indubbia matrice liberale; distillando un impegno quotidiano segnato dalla ragionevolezza e dalla fattività.
Da ultimo, nelle due più recenti elezioni presidenziali, Critica liberale indicò in lui l’unico possibile candidato alla massima magistratura repubblicana in grado di contenere le derive di autoreferenzialità e disprezzo delle regole delle oclocrazie partitiche. In questo tentativo la rivista incrociò inopinatamente un’altra candidatura, ma solo tattica e presto addirittura rivoltata in ostilità, da parte del M5S.
Quando venne eletto Napolitano, e Grillo minacciò addirittura una sorta di marcia su Roma nel suo nome, Rodotà lo rimproverò aspramente, richiamando tutto il movimento, che ne aveva reso plausibile la candidatura, al più rigoroso rispetto delle regole, per quanto strumentalmente usate dagli avversari.
Gli ultimi anni lo hanno visto impegnato sul tema dei beni comuni, per quanto non in linea con la migliore letteratura liberale e ostromiana, sedotto di nuovo da un qualche radicalismo; e sul tema dei diritti nell’ecosistema digitale, ancora una volta proiettato sui problemi del domani che altri faticano perfino a intravedere.
Ora i temi dei diritti, delle regole, dei bilanciamenti tra valori, della laicità rigorosa, rischiano di scomparire del tutto dalle prime pagine dei quotidiani, sui quali Rodotà aveva avuto la fortuna, ma anche la capacità, di farli restare, nel vuoto chiacchiericcio di una masnada di prezzolati cantori dell’esistente.
In questo difficile momento di addio, chi scrive rivede il professore, appassionato e generoso, fare notte in mezzo agli esagitati intolleranti giovani sinistri della Pantera universitaria, alla fine degli anni ’80, nella facoltà di Giurisprudenza occupata dell’Università di Roma, nel tentativo arduo, ma mai abbandonato, di far ragionare quelle menti, di far loro sposare le ragioni di un riformismo duttile, abbandonando gli stereotipi di un massimalismo cieco.
Questa attitudine tollerante, riformista, laica, socratica del professore engagé oggi lacera il cuore con una ferita profonda.
Gli sia lieve la terra.

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