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LAICI E VACCINI

Di Raffaello Morelli | 08.05.2017


L’argomento vaccinazione, tradizionalmente,  non viene trattato nell’ambito dell’attività laica. E’ una lacuna da colmare presto. Sia rispetto alla pratica medica di per sé, sia rispetto al rapporto tra collettivismo ed individualismo che l’argomento implica in termini di cultura politica.

L’idea di vaccinare contro una malattia venne a fine ‘700 ad un medico inglese il quale si accorse sperimentalmente di come le mungitrici di vacche contraessero spesso il vaiolo bovino (un tipo assai più lieve e circoscritto di quello umano) e divenissero immuni al vaiolo umano. Il medico pensò di infettare un soggetto con il vaiolo delle vacche (da cui il termine vaccino) per indurre l’immunizzazione. Non fu semplice superare le resistenze conservatrici, che ritenevano un’offesa a Dio mischiare specie diverse. Peraltro l’evidente efficacia del sistema finì per dilagare nei decenni e per allargare il suo metodo a vari agenti patogeni. Il meccanismo svelato dalla scienza è che  il sistema immunitario umano si è evoluto nei secoli per difendersi, non appena nato, da una grande varietà di microbi e poter sopravvivere. Così, dopo avere superato un’infezione, il sistema immunitario produce cellule e anticorpi che conservano memoria di quella infezione  e che quindi sono in grado di  reagire subito ad un nuovo attacco.  Lo stesso  fanno  i vaccini.  Stimolano l’organismo a comportarsi come di fronte ad un’infezione naturale, e in questo modo prevengono la malattia e le complicanze. I risultati ottenibili – ancor più con le moderne tecniche sanitarie – sono di grande rilievo, a condizione di non dimenticare alcuni fattori cardine. Sono procedure derivanti dal conoscere praticabili solo con molta cura, mediante continui controlli nella fabbricazione di ciascun vaccino,  monitorando in modo pressante gli effetti indotti dalla sua assunzione nei singoli casi e senza attese miracolistiche. Hanno un’efficacia straordinaria sull’intera popolazione a livello statistico (cioè hanno anche ridottissimi effetti collaterali per alcune categorie di persone e perfino per singoli individui), in genere consentono di arrivare a sradicare una patologia pure in gruppi di persone molto estesi (il programma dell’OMS di 50 anni fa riuscì in un decennio a far sparire il vaiolo in ambito mondiale) ma l’assenza di epidemie non va confusa con l’aver cancellato  quella patologia. La specifica patologia sradicata resta silente e in conseguenza vengono sospese le vaccinazioni su larga scala ad essa riferite (anche se gli Stati evoluti mantengono dosi di riserva di vari vaccini per poter immunizzare larghe fasce di cittadini in caso di pericolo imminente, si pensi oggi ai possibili attacchi bioterroristici).  Risulta tuttavia innegabile che esistono ancora moltissime malattie che, seppur diverse per intensità (dipendente anche dal luogo e dagli infettati), restano presenti dappertutto e provocano disagi molto forti, talvolta invalidanti e perfino letali: citandone alcune, morbillo, tetano,  difterite, epatite B, meningiti batteriche, parotite, pertosse, poliomielite, rosolia, varicella.

Dati sperimentali alla mano, vaccinarsi contro simili patologie è di certo molto consigliabile. Di sicuro i laici  devono sostenerlo con forza dato che sono laici proprio in quanto attenti alle condizioni di vita autonome del  cittadino. Vaccinarsi da beneficio al singolo ed alla società, visto che  il raggiungere un livello di vaccinazioni percentualmente elevato argina il diffondersi dei piccoli organismi responsabili dell’infezione, limitando  tra l’altro i costi indotti dall’infezione sul singolo e sulla società. Che la vaccinazione avvenga non è automatico. Ad esempio, mentre il Piano di Prevenzione Vaccinale 2017-2019 indica quale livello ottimale di vaccinazione in Italia almeno il 95% della popolazione,  in pratica viene superato di un soffio il livello 85%, con visibili conseguenze negative (i casi di  morbillo sono ad aprile 2017 cinque volte quelli del 2016). Dunque, preoccupa  molto quando non c’è una decisa azione governativa per estendere la vaccinazione, in circostanze particolari rendendola obbligatoria. Il mondo laico dovrebbe porre parecchia attenzione a confutare di continuo le tesi antiscientifiche contro la vaccinazione, che sono espresse in nome della sicurezza (impossibile al 100% nella vita vera), della paura ideologica  dei presunti untori  (in genere le multinazionali), della pulsione irrazionale a non vedere gli ordinari pericoli per la salute, della distorta concezione per cui l’individuo non ha legami medici con gli altri individui. Tesi che costituiscono un grosso ostacolo alla costruzione di condizioni civili di convivenza e che pertanto sono avversarie della laicità.

Esiste poi la seconda questione. L’attività laica, insieme al sostenere le vaccinazioni, dovrebbe illustrarne il significato, e ciò riguarda il rapporto tra collettivismo ed individualismo. L’inizio è constatare che la cultura antiscientifica è distaccarsi dai fatti reali. Chi non accetta la scienza, non accetta che sperimentare e verificare sia la base del conoscere e  che neppure  lo sia per la democrazia del convivere; preferirebbe fondarla sui pregiudizi e sulle emozioni dei cittadini, illudendo che siano più efficaci nel costruire la libertà e il benessere (queste tesi sono confutate a fondo dai laici pur nel rispetto della diversità di chi le sostiene). Esiste poi anche chi accetta più o meno la scienza e i vaccini. Ed è proprio  questo gruppo, molto esteso, a non porsi abbastanza il problema di ciò che deriva dall’accettazione. Nel senso che, siccome accettare i vaccini esprime l’intenzione di fare profilassi per la propria salute e in qualche misura per  quella altrui, è necessario porsi la domanda attinente la scelta delle regole per convivere: una simile intenzione implica una concezione pratica del convivere di tipo collettivistico oppure individualistico? Ora, con lo schizzo del percorso del vaccinare, spero di aver chiarito che si tratta di una pratica plasmata sulle persone viventi, non sulle visioni teoriche di modelli ideali e interpretativi in base ai propri desideri e convinzioni oppure a conclusioni già raggiunte e supposte immutabili. Se i vaccini sono legati, come lo sono, al sistema dello sperimentare i fatti nel tempo, è assai contraddittorio pensare ad una sanità che riduca l’esperienza   maturata a determinismo terapeutico,  comprendente, oltre la particolare terapia in sé, anche la pratica di imporla al paziente. Un principio sanitario irrinunciabile nella società libera (precisato ed ampliato in questi giorni nella norma sul consenso informato e sul biotestamento passata alla Camera e in esame al Senato) è che il paziente accetti la cura. Al tempo stesso risulta chiara – in tema di vaccinazione e  più in generale di rapporti tra gli individui – l’opportunità che in certe occasioni la società intervenga per preservare nel complesso le  condizioni di salute dei cittadini. Quindi è naturale che la  laicità si impegni a  soddisfare anche questa esigenza: ma sempre applicando il metodo della libertà individuale nel rendere obbligatoria la vaccinazione in determinate circostanze. Non è un compito facile, poiché  tutt’oggi resta diffusissimo il richiamo alle antiche soluzioni  deterministiche, non a caso alleate  alle religioni e alle ideologie  sul terreno dell’antiindividualimo. Cito un caso dell’ultima settimana, pertinente e adatto a chiarire la situazione.

La responsabile dell’area digitale de la Stampa, Francesca Sforza, ha messo sul quotidiano un breve filmato in cui  difende con passione i vaccini, però tramite un ragionamento imbarazzante per i laici. Fatta la premessa che, in questo campo, uno (cioè il cittadino) non vale uno (cioè lo scienziato) perché in tema vaccino vale lo scienziato, afferma testualmente “vaccinarsi è un atto di protezione collettiva, non può essere una scelta”. Tralascio  l’incoerenza strutturale della frase rispetto al metodo sanitario  del vaccinarsi, e la commento quale esempio di pregiudizi in tema di rapporto civile tra collettivismo e individualismo. Intanto, la premessa fa confusione  mischiando matematica e  cittadinanza: nella matematica uno è uguale ad uno, mentre nella cittadinanza sono uguali i diritti di ogni cittadino però ogni cittadino è diverso. Di fatti, la cittadinanza si impernia sulla diversità che, attraverso le relazioni interpersonali dei singoli, combina le diverse iniziative ed aspirazioni selezionandole poi in base ai risultati. Il meccanismo del combinare le diversità opera al meglio (è dimostrato) quando le scelte coinvolgono  tutti i cittadini, diversi  tra loro, che interagiscono con il voto libero di uguale peso (solo in questo aspetto usa il criterio matematico, 1=1). Tale meccanismo non può essere sostituito da collettivi, in qualunque forma si manifestino, perché i collettivi cancellano le relazioni interpersonali e la loro dinamica, cioè l’anima individuale della diversità, e li sostituiscono con una comunità dove il peso dell’individuo si riduce al lumicino (la totalità al posto dei singoli). La storia  più volte ha mostrato come il ricorso a gruppi non effettivamente scelti dai cittadini – dinastie familiari, elites di esperti di ogni genere, dirigenti di partito, militari, esponenti di classi o di tecnici gestionali – assicuri il buongoverno, se va bene, al massimo per periodi brevissimi e finisca per chiudere il circuito tra i conviventi, per congelare ogni sviluppo civile e per indurre tensioni sociali crescenti. Non per caso quando si cita il presunto  “bene comune”, non si precisa mai né chi decide quale esso sia in una società di diversi né come esso possa conciliarsi con i cittadini diversi. Il considerare il “vaccinarsi un atto di protezione collettiva, mai una scelta” significa   innanzitutto contrapporre la vaccinazione individuale a quella “collettiva” (vale a dire degli altri individui) e poi  negare che il cittadino individuo possa avere un ruolo nella protezione “collettiva” (vale a dire degli altri cittadini individui). Di tutta evidenza ciò equivale ad imporre un presunto bene comune sanitario.  Così imporre il vaccino non accresce la propensione a partecipare e a dare la propria collaborazione conoscitiva, suscitando invece l’attitudine all’affidarsi acriticamente  ai superiori (le burocrazie dirigenti) e agli esperti (i sanitari), estendendo questi effetti negativi sul convivere in genere. In più, suscita le reazioni di quanti, non intendendo mai affidarsi acriticamente ad altri, divengono ostili alla vaccinazione, magari enfatizzando idee distorte sulla libera autonomia individuale e ingigantendo i rischi collaterali del vaccinarsi attraverso il non tener conto dei pericoli  ordinari della patologia in mancanza di prevenzione.

Tirando le somme, su ogni questione del vivere insieme e in particolare in campo vaccinale, è insensato imporre un presunto bene comune, nella fattispecie considerare il “vaccinarsi un atto di protezione collettiva, mai una scelta”. La vaccinazione su larga scala è una terapia frutto della conoscenza acquisita tramite la ricerca (che ha le poliedriche valenze richiamate sopra) e dunque promuovere la vaccinazione deve rispettare le dinamiche della conoscenza che l’ha prodotta.  E’ assurdo ed inefficace voler imporre l’obbligatorietà della vaccinazione in determinate circostanze, richiamando intenti di protezione collettiva e negando la scelta individuale. Il collettivo può essere evocato  se vogliamo drogarci con i sogni rassicuranti,  ma, se riconosciamo il valore dei fatti sperimentati, dobbiamo puntare sul  come far funzionare le scelte tra gli individui cittadini nella convivenza. Non perché ricorrere al voto del cittadino assicuri ogni volta la decisione ottimale, ma perché assicura la decisione  più equilibrata per la società qualora sia garantita in partenza la possibilità di reiterare il voto sulla scorta dei risultati precedenti. Dunque, nel nostro caso, per introdurre l’obbligatorietà della vaccinazione in certi casi, è indispensabile che lo decidano gli stessi cittadini. Il che, per evidenti ragioni operative, significa farlo decidere ai loro rappresentanti eletti riuniti in organismi incaricati del compito.  Comunque non alle agenzie pubbliche o private e alle burocrazie ministeriali, regionali o locali che non sono emanazione diretta dei cittadini ed esprimono  solo pareri tecnici.  In tal senso è bene che qualche settimana fa il Governo e tutte le Regioni – coacervo di realtà elettive al massimo livello –  abbiano  concordato  di varare una legge nazionale per imporre la vaccinazione per iscriversi a nidi e materne.

Concludendo. La conoscenza, anche in campo vaccini, la produce la libertà del cittadino che interscambia con gli altri, non il collettivo che obbliga. L’obiettivo di promuovere il vaccinarsi individuale e di massa, non richiede la collettivizzazione. La via è la scelta dei cittadini tramite i loro rappresentanti, partendo dall’informazione capillare, ragionata e depurata dalle false notizie (soprattutto delle reti informatiche sociali), che spinga alla valutazione critica, eviti di esaltare il rifiuto dei vaccini e suggerisca limiti per le aspirazioni alla sicurezza, rendendole fisiologiche ma non ossessive, nella consapevolezza che la sicurezza totale non è di questa terra.  Prima il mondo laico comincerà ad occuparsi dell’argomento vaccinazione e meglio sarà per i cittadini.

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