editoriale

CHIESA CATTOLICA E SINDACO, SOTTO LA MOLE

Di Attilio Tempestini | 25.05.2014


Nei giorni scorsi, a Torino, mentre il Vaticano era paese ospite nel Salone del libro, un articolo di “La stampa” dava notizia di un “incontro” che si sarebbe tenuto in Sala rossa (dove hanno luogo le sedute, del Consiglio comunale) per iniziativa dell'associazione Sant'Anselmo e dal titolo “Emergenza diritti umani: il sentimento religioso tra libertà, intolleranza e persecuzione”.

Un esponente di questa associazione -leggiamo ancora, in tale articolo- “spiega che 'nel mondo occidentale la cultura della tolleranza e del rispetto è largamente diffusa ma non è così in altri paesi, dove il concetto di accoglienza nei confronti di altre fedi è tutt'altro che acquisito' ”.

Mi pare difficile dargli torto. Nel senso che, indubbiamente, vi sono paesi (”occidentali” o no...) nei quali la libertà rispetto al campo religioso gode miglior salute, che in altri. Per esempio, in Italia è assai più tutelata che in Arabia Saudita. Ma altrettanto indubbiamente la “spiegazione”, che ci viene dall'associazione San'Anselmo, mette con disinvoltura tra parentesi che la Chiesa cattolica questa “cultura della tolleranza e del rispetto” l'ha, per secoli, contrastata e che tuttora l'accetta, in qualche misura soltanto.

In effetti, la tolleranza -per concentrare su questa il discorso- può presentarsi, in varie forme ed in vari gradi. Dalla tolleranza di cui parlava Voltaire a quella per cui nello Statuto albertino si definivano come culti “tollerati”, i culti diversi dalla religione cattolica. Ma direi che la forma più piena ed il grado più alto si hanno, quando il valore della tolleranza si intreccia con quello dell'uguaglianza: è in questo intreccio che la tolleranza respira a pieni polmoni. Di uguaglianza, però, il titolo del suddetto incontro non parla e neppure ne parla, chi viene alla spiegazione che ho riportato.

Un approccio, a valori che non sono tradizionalmente cattolici, si delinea (sotto la Mole) in termini nuovamente ben circoscritti, anche nell'esistenza stessa in questi ultimi anni, della “Cattedra del dialogo”: la quale, sostenuta dalla Fondazione della torinese Cassa di Risparmio, viene in collaborazione con la Conferenza Episcopale Italiana ad organizzare incontri a più voci, su determinati temi. Orbene, chi ha dato vita a tale “Cattedra del dialogo” non ha evidentemente colto il sapore di ossimoro, che c'è in questa denominazione: ha ritenuto cioè che un buon modo di dialogare sia proprio quello, di salire in cattedra...

Naturalmente, mi rendo conto che una religione si ritiene -per definizione- depositaria di qualche verità e che dunque chi ne fa parte non può aderire nettamente, ad un'ottica relativista. Ma si potrà sperare, forse, che una tale adesione diventi più netta a livello di istituzioni?

Speranza delusa, almeno a Torino. L'attuale sindaco avendo, nella campagna per le ultime elezioni comunali, dichiarato: “ho studiato dai Gesuiti dai quali ho ricevuto un insegnamento non dogmatico e aperto allo spirito critico”. Un genere di affermazioni, che non ricordo di aver sentito da sindaci democristiani. I quali davano per incontestabile, presumo, che potranno pur esservi presso le scuole dei gesuiti, varie tonalità di insegnamento. Ma che la ragion d'essere di una loro scuola è quella di porre i dogmi cattolici, su un piano di superiorità rispetto ad altri tipi di pensiero: e di lasciare spazio allo spirito critico, nei soli limiti consentiti da ciò.

Un commento

Francesco Falcolini:

Lasciatemi rilevare la colossale truffa lessicale del mondo cattolico, perpetrata attraverso il controllo dei media, della quale siamo tutti vittima. Su Cronache Laiche (testata on-line dalle cui colonne non sono certo teneri con la Chiesa cattolica), nell'articolo dedicato al M5S intitolato "Europee, ecco chi tradisce la laicità", si legge la seguente frase: "il Movimento ha presentato in questo primo anno di legislatura una serie di proposte di legge e prese di posizione - dal matrimonio omosessuale all'abolizione del Concordato - da far luccicare gli occhi". Ora, la necessità di adeguare la legislazione italiana ad una realtà completamente mutata ed estremamente variegata rispetto ad una 40a di anni fa, ha innescato una spinta virtuosa per cercare di trovare una formula adatta ad unioni e convivenze le più disparate, che a volte non hanno alcunché di "sessuale" nelle loro fondamenta. Nella definizione "Matrimonio omosessuale" si trovano un totem e un tabù cattolici, entrambi -neanche a dirlo- riferiti alla sfera sessuale; è, questa, una definizione imposta nell'immediato al dibattito (allora era attorno alle "coppie di fatto") dal mondo cattolico. E il bombardamento mediatico sembra averla imposta anche ai più accaniti anticlericali. Si tratta purtroppo di una vera e propria truffa, sottile ma micidiale, che confonde e sposta completamente l'asse di un dibattito pubblico teso a chiarire le ragioni delle parti. Spostando ancora più in alto l'asticella, i buoni cattolici hanno imparato, su questo argomento, a ripetere il mantra dell'adozione di coppie omosessuali. I primi a cadere in questo tipo di trappole sono coloro che aderiscono al fronte della sinistra, i quali abboccano facilmente perché avvezzi ad esprimersi per slogan e ad adottare posizioni povere di contenuti, ma cariche di conflittualità. Nella miriade di micro nuclei sociali contemporanei e altri dal matrimonio ecclesiastico (ma anche civile) possiamo trovare accidentalmente anche unioni più o meno simili a quelle, ma composte da due sole persone e dello stesso sesso, unitesi per reciproca attrazione sessuale. Ciò però è ben lungi dal determinare le nostre originarie necessità di adeguamento legislativo. Si potrebbe perfino aggiungere che la stessa identità omosessuale è conseguenza di una visione identitaria biblica e/o della sua pedissequa opposizione conflittuale. In ogni modo, questa mia ampia apertura vuole approdare all'aberrante titolo dell'incontro tenutosi a Torino: “Emergenza diritti umani: il sentimento religioso tra libertà, intolleranza e persecuzione”. Si usa il termine HR per difenderne la sua negazione. Gli HR sono infatti i diritti inalienabili dell'individuo. I diritti rivendicati nel nostro incontro torinese sono al contrario i diritti di una comunità religiosa che, in quanto tale nega gli HR e soffoca le libertà dell'individuo, non solo al suo interno, ma, cosa non meno grave, quella di chi con quell'ideologia religiosa non vuole avere niente a che spartire. Su questo basterà vedere la condotta del governo inglese, il quale anziché anteporre i diritti del singolo cittadino alle pretese delle comunità religiose, ha optato per il cosiddetto multiculturalismo, abdicando difatto la propria autorità e la propria legislazione democratica. (...)