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LA GHIGLIOTTINA

Di Elio Rindone | 01.02.2014


Maggio 1899: presentando al parlamento il suo secondo governo, Luigi Pelloux chiede che venga discusso e rapidamente approvato un disegno di legge contenente modifiche restrittive delle norme sulla pubblica sicurezza e sulla libertà di stampa.

Le forze d’opposizione, allora, decidono immediatamente di contrastare l'approvazione di provvedimenti considerati liberticidi ricorrendo a un nuovo metodo di lotta politica, l'ostruzionismo, che consiste nel pronunziare lunghi discorsi, chiedere ripetutamente la verifica del numero legale, proporre pregiudiziali e ordini del giorno o presentare emendamenti per ogni articolo del disegno di legge.

Altrettanto immediata la contromossa delle forze conservatrici, che propongono una modifica del regolamento della Camera: se la discussione di una legge si protrarrà in modo da ostacolare il regolare andamento dei lavori parlamentari, sarà possibile contingentare il tempo massimo dei singoli interventi e fissare il giorno in cui si procederà alla votazione. Ma, particolare non trascurabile, anche questa proposta di modifica, per essere approvata, dovrà superare l’ostruzionismo delle opposizioni.

Per vincerne le resistenze, il governo decide perciò di far passare le leggi liberticide con un decreto reale, che entrerà in vigore a breve, dopo che il parlamento avrà approvato, in tempi quindi prefissati, il disegno di legge per la sua conversione. Inevitabile la bagarre in aula: i deputati della Sinistra si precipitano nell'emiciclo per impedire la votazione e si scontrano con gli avversari, dando vita a un duro corpo a corpo, accompagnato da non metaforici cazzotti, a cui partecipano personaggi della levatura di Sidney Sonnino e Leonida Bissolati. E quando, nel marzo del 1900, la maggioranza vorrà approvare con un colpo di mano (consentito dal presidente della Camera, Giuseppe Colombo, subito definito perciò dagli avversari ‘indegno dell'ufficio’ ricoperto) le contestate modifiche del regolamento, le opposizioni (radicali, socialisti e, in un secondo momento, anche liberali progressisti) escono dall’aula gridando Abbasso il Governo! e addirittura Abbasso il re!.

A questo punto il Pelloux si convince che ci sia una sola via per ridimensionare la forza parlamentare dell’opposizione: lo scioglimento della Camera. Con le elezioni, spera infatti di ottenere dagli elettori l’approvazione della sua politica autoritaria, gradita al sovrano ma che invece risulterà sonoramente bocciata dalle urne. Il re Umberto I prende quindi atto dell’esito del voto, accetta le dimissioni di Pelloux e nel giugno del 1900 affida all’ottantenne presidente del Senato, Giuseppe Saracco, l’incarico di formare un governo che lascerà cadere i propositi illiberali del precedente ministero. Grazie a un ostruzionismo durato oltre un anno, l’opposizione ha vinto la sua battaglia.

Gennaio 2014: stanno per scadere i termini per la conversione di un decreto e una parte dell’opposizione, ritenendo che esso contenga, nascosto dietro la norma che abolisce la seconda rata dell’IMU, uno scandaloso regalo alle banche fatto a danno dei cittadini, ricorre all’ostruzionismo per farlo decadere. A poche ore dalla scadenza cosa fa la presidente della Camera? Decide che si debba interrompere la discussione e si debba passare alla votazione: il decreto è approvato e la battaglia dell’opposizione è vanificata.

È bene ricordare che si tratta di un fatto letteralmente inaudito, perché nella storia dell’Italia repubblicana è la prima volta, e a questo punto è facile prevedere che non sarà l’ultima, che accade qualcosa del genere. E si tratta di una decisione a dir poco discutibile, perché pare che il regolamento della Camera non preveda affatto la possibilità di troncare il dibattito nel caso di disegni di legge di conversione dei decreti.

Un atto di tale gravità poteva non provocare le dure proteste (purtroppo con degli eccessi, ma abbiamo ricordato qualche illustre precedente) di chi, utilizzando le armi della lotta parlamentare, si era battuto per il rispetto della Costituzione, che ammette il ricorso al decreto-legge solo in casi di necessità e urgenza e su temi omogenei? Nel caso in questione è difficile sostenere che la ricapitalizzazione di Bankitalia abbia qualcosa a che fare con l’abolizione della seconda rata dell’IMU e che rivesta i requisiti di necessità e urgenza.

Spetterebbe al presidente della Repubblica e a quelli di Camera e Senato il compito di impedire ogni abuso nel ricorso alla decretazione d’urgenza e quello di garantire i diritti delle opposizioni. Possiamo dire che ciò stia avvenendo? A giudicare dalla legge elettorale oggi in discussione, pare che si vada piuttosto nella direzione contraria: un premio consistente assegnerebbe, infatti, a una minoranza di nominati una maggioranza di seggi tale da governare senza il fastidio di una forte opposizione.

Come eliminare il sospetto che quanto avvenuto nei giorni scorsi alla Camera sia un chiaro segnale: renditi conto, cara opposizione, che da oggi in poi conterai sempre meno perché non avrai più l’unica arma di cui disponevi?!

E se fosse così, come non rimpiangere i bei tempi dell’Italia monarchica, quando era possibile bloccare le leggi illiberali e far cadere i governi, e in parlamento si poteva gridare abbasso il governo e abbasso il re? È possibile che l’Italia repubblicana si sia ridotta al punto che in parlamento si potrà gridare solo viva il governo e viva il re (pardon, il presidente)?

Un commento

Paola Claudio:

Ottimo contributo per una corretta conoscenza dei fatti. Grazie all'autore.