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A "SCOLA" DI LAICITÀ

Di Elio Rindone | 27.04.2013


Nel tradizionale, solenne Discorso alla città del 6 dicembre, vigilia della ricorrenza dell’ordinazione di Sant’Ambrogio, il cardinale Scola poteva lasciarsi sfuggire l’occasione di prendere spunto dall’approssimarsi del XVII centenario dell’editto di Milano per citare le parole di un noto studioso («L’Editto di Milano del 313 ha un significato epocale perché segna l’initium libertatis dell’uomo moderno»1) e aggiungere che con quell’editto “emergono per la prima volta nella storia le due dimensioni che oggi chiamiamo libertà religiosa e laicità dello Stato”?

È ovvio che non poteva, e ancor meno poteva sottrarsi all’obbligo di elogiare il santo patrono di Milano, che quelle due dimensioni avrebbe riaffermato, anzitutto esortando “i cristiani ad essere leali nei confronti dell’autorità civile, la quale, a sua volta - ecco il secondo insegnamento - doveva garantire ai cittadini libertà sul piano personale e sociale”.

Peccato! In un’Italia che soffre per la grave crisi economica il cardinale avrebbe potuto ricordare la sollecitudine personale di Ambrogio per i poveri o la sua affermazione, ancor oggi scandalosa per i benpensanti, che la sperequazione delle ricchezze è frutto di ingiustizia. Ma forse è meglio lasciare nell’oblio queste parole: quando tu ricco fai l’elemosina, “tu non dai del tuo al povero, ma gli rendi il suo”2, e mettere in evidenza altri aspetti del suo insegnamento. Anche se la scelta non pare particolarmente felice.

 

Ambrogio promotore di libertà e laicità?

Quanto alla laicità dello Stato, infatti, perché questa sia riconosciuta basta che i pastori invitino i fedeli a ‘essere leali nei confronti dell’autorità civile’? Nel corso dei secoli la gerarchia non ha mai chiesto ai credenti di ribellarsi al potere costituito, purché esso riconoscesse la sua autorità. Anzi, ha conferito a quel potere un fondamento religioso, tanto che, per citare un solo esempio, nel secolo scorso Pio XI giustificava così il dovere dell’obbedienza (e in Italia al governo c’era Mussolini!): “ancorché, infatti, il cittadino riscontri nei principi e nei capi di Stato uomini simili a lui, o per qualche ragione indegni e vituperevoli, non si sottrarrà tuttavia al loro comando qualora egli riconosca in essi l’immagine e l’autorità di Cristo”3. Si può allora concludere che la Chiesa cattolica non ha fatto che promuovere e difendere la laicità dello Stato? La tesi mi sembra un po’ azzardata.

In effetti, se Stato laico è quello che si considera indipendente dal potere ecclesiastico, si può dire che Ambrogio non sia stato affatto un suo assertore. Nel 386, infatti, in una lettera all’imperatore Valentiniano II egli scriveva che “l’imperatore è nella Chiesa, e non sopra la Chiesa”4 e che quindi le leggi che emana non debbono mai essere in contrasto con le leggi divine, di cui è custode l’autorità religiosa. La conclusione è ovvia: il potere politico è “subordinato al potere sacro che deriva alla Chiesa, e ai suoi rappresentanti, i vescovi, dal fatto di essere i soli interpreti autorizzati delle uniche vere leggi che contano: quelle di Dio”5.

Quanto alla libertà religiosa, poi, Scola avrebbe fatto meglio a citare Tertulliano che nel 212, quando non era lecito professare la religione cristiana, scriveva che “è un diritto umano e di natura che ciascuno possa venerare ciò in cui crede [...] Sarebbe in contrasto con lo stesso spirito religioso imporre una religione, che si deve scegliere volontariamente e non costretti con la forza”6.

Ma nel IV secolo la situazione si è ormai ribaltata, tanto che il figlio di Costantino, Costanzo II, “in una legge del 356 aveva inflitto la pena capitale a chi partecipava ai sacrifici o venerava i simulacri degli dei”7. Dopo il breve regno di Giuliano (l’Apostata per i cristiani), che aveva restaurato il paganesimo, è il retore pagano Temistio che nel 364 sostiene che la varietà delle religioni è voluta dalla divinità stessa, perché ciò rende evidente come nessun culto ne possa esaurire da solo la grandezza, e mostra di apprezzare la decisione del nuovo imperatore cristiano, Gioviano, di rispettare la libertà di coscienza: “rimane immutabile per l’eternità la legge divina e tua, per la quale lo spirito di ciascuno è libero di scegliere nella devozione il cammino che crede”8.

E nel 384 è ancora un pagano, il praefectus Urbi Simmaco, che invita l’imperatore Valentiniano II a lasciare spazio anche all’antica religione romana, perché “è giusto che una sola realtà sia considerata quella che tutti venerano. Contempliamo le stesse stelle, un solo cielo ci è comune, un solo universo ci circonda. Che importa per quale via ciascuno cerchi la verità? Non si può seguire una sola strada per raggiungere un mistero così grande”9.

È esattamente il contrario di quanto pensa Ambrogio, che nello stesso anno scrive due lettere all’imperatore. Nella prima, sostiene che chi detiene il potere non può consentire il culto degli idoli perché la salvezza dell’impero può essere garantita solo “se ciascuno con sincerità onora il vero Dio, cioè il Dio dei cristiani, che governa l’universo; egli, infatti, è l’unico vero Dio, da venerare dal profondo dell’anima, mentre le divinità dei pagani sono demoni”10. Quindi c’è un solo Dio e una sola verità quella insegnata dalla Chiesa, e il potere politico non può ammettere altri culti.

Nella seconda lettera, Ambrogio critica l’argomento con cui Simmaco giustificava il pluralismo religioso. Se i pagani pensano che più vie siano utili per approssimarsi all’unico mistero divino che trascende l’intelligenza umana, ciò dipende dalla loro ignoranza della verità rivelata ai cristiani: “per una sola via, si dice, non si può pervenire a un così grande mistero. Ma ciò che voi ignorate, noi lo conosciamo per mezzo della parola di Dio. E ciò che voi cercate attraverso le vostre congetture, noi lo possediamo perché manifestato dalla sapienza e dalla verità di Dio”11

Inutile dire che Ambrogio ebbe la meglio e che, grazie a lui, sia il paganesimo che l’arianesimo ebbero un ulteriore crollo in tutto l’Occidente. Se questi sono i fatti, presentare il patrono di Milano come un campione della libertà religiosa, oltre che della laicità, sembrerebbe una gaffe.

Ma Scola è uomo di cultura, e certamente queste cose le sa (ma non le dice!).

 

Tra l’Editto e il Vaticano II: il vuoto?

“Non si può tuttavia negare che l’Editto di Milano sia stato una sorta di ‘inizio mancato’. Gli avvenimenti che seguirono, infatti, aprirono una storia lunga e travagliata. La storica, indebita commistione tra il potere politico e la religione può rappresentare un’utile chiave di lettura delle diverse fasi attraversate dalla storia della pratica della libertà religiosa. La situazione cambiò profondamente con la promulgazione della dichiarazione Dignitatis humanae”, prosegue il cardinale.

Poche, pudiche e imbarazzate parole coprono il lungo intervallo tra l’Editto del 313 e la dichiarazione conciliare del 1965. Come si è realizzata questa ‘indebita commistione tra il potere politico e la religione’? E che ne è stato della ‘libertà religiosa’? Chi ha provocato quella indebita commistione? Chi l’ha combattuta? Proviamo a ricordare tre o quattro fatti.

Più che di ‘inizio mancato’ (la tolleranza c’è stata e poi è stata abbandonata) bisognerebbe parlare piuttosto di ‘mancato inizio’, perché la tolleranza non c’è stata affatto. Proprio Costantino, infatti, ha dato il via alla pratica delle vessazioni nei confronti di chi comprometteva l’unità della grande Chiesa: Ariani, Novaziani, Valentiniani e Marcioniti. Già alla fine del IV secolo, poi, le idee di Ambrogio trovano piena attuazione: l’impero riconosce solo il Dio che si è rivelato ai cristiani e secondo l’interpretazione che di tale rivelazione dà la chiesa di Roma. L’imperatore Teodosio, infatti, ordina: “Noi vogliamo che tutti i popoli a Noi soggetti seguano la religione che l’apostolo Pietro ha insegnato ai romani”12. Siamo ormai alla religione di Stato.

Nella seconda metà dell’ottavo secolo, poi, Carlo Magno inizia una politica di conquista a cui dà il sigillo della guerra santa: è convinto gli sia stata affidata la missione di convertire i nemici della vera religione. Particolarmente lunga e sanguinosa, circa un trentennio, è la guerra contro i Sassoni. Dopo averli sconfitti, racconta il suo biografo Eginardo, Carlo ne deportò circa diecimila “con le loro donne e i loro figli, e li disperse, suddivisi in molti piccoli gruppi, qua e là per la Gallia e la Germania” e impose “che, rinnegato il culto dei demoni e abbandonati i riti tradizionali, prendessero i sacramenti della fede e religione cristiana e costituissero, riuniti ai Franchi, un solo popolo con questi”13.

Ma già prima della vittoria definitiva, Carlo Magno aveva emanato una serie di disposizioni nei confronti dei Sassoni. Merita di essere ricordata l’ottava: “Se poi qualcuno, non essendo battezzato, confondendosi con gli altri in mezzo al popolo dei Sassoni, avrà voluto nascondersi, sdegnando di ricevere il battesimo e preferendo rimanere pagano, sia messo a morte”14. Ma il modo in cui i popoli vinti siano stati indotti al battesimo non importa; ciò che conta, almeno per Giovanni Paolo II, poco preoccupato per la violazione della libertà religiosa, è che “l’Europa è stata battezzata dal Cristianesimo”15 e che per merito di Carlo sia nata l’Europa cristiana: “È la grandiosa sintesi tra la cultura dell’antichità classica, prevalentemente romana, e le culture dei popoli germanici e celtici, sintesi operata sulla base del Vangelo di Gesù Cristo, ciò che caratterizza il poderoso contributo offerto da Carlo Magno al formarsi del Continente”16.

Agli inizi del XIV secolo è ormai assodato che le autorità politiche agiscono solo su delega del papa. Lo dichiara con la massima chiarezza Bonifacio VIII: “in questa unica e sola Chiesa ci sono un solo corpo e una sola testa, non due, come se fosse un mostro [... e quindi] sono ambedue in potere della Chiesa, la spada spirituale e quella materiale [simboli delle autorità religiosa e politica]; una invero deve essere impugnata per la Chiesa, l’altra dalla Chiesa; la seconda dal clero, la prima dalla mano di re o cavalieri, ma secondo la volontà e col permesso del clero, perché è necessario che una spada dipenda dall’altra e che l’autorità temporale sia soggetta a quella spirituale”17.

Ovviamente non si tratta di idee medievali, subito abbandonate quando la cultura moderna ha rivendicato la libertà di coscienza di ogni uomo e l’indipendenza del potere statale dall’autorità religiosa. Anzi, le correnti illuministiche e i pensatori liberali che hanno combattuto pregiudizi plurisecolari e hanno sostenuto e, alla fine, fatto trionfare la teoria della separazione tra sfera politica e religiosa sono stati più volte riprovati. Ancora nella seconda metà dell’Ottocento, per esempio, Pio IX condannava sia la tesi per cui “è da separarsi la Chiesa dallo Stato e lo Stato dalla Chiesa”18, che quella per cui “È libero ciascun uomo di abbracciare e professare quella religione che, sulla scorta del lume della ragione, avrà reputato essere vera”19.

Ora forse è un po’ più chiaro chi ha provocato la violazione della libertà religiosa e l’indebita commistione tra potere politico e religione. Ed è più chiaro anche chi quelle deviazioni ha combattuto.

Ma Scola è uomo di cultura, e certamente queste cose le sa (ma non le dice!).

 

Una dichiarazione conciliare da… interpretare

Con la dichiarazione sulla libertà religiosa, il Concilio Vaticano II proclama “che il diritto alla libertà religiosa si fonda realmente sulla stessa dignità della persona umana quale l'hanno fatta conoscere la parola di Dio rivelata e la stessa ragione”(Dignitatis humanae 2). Meglio tardi che mai: sarebbe stato, però, opportuno chiedersi perché l’autorità ecclesiastica abbia atteso tanti secoli per rendersi conto delle implicanze della ‘dignità della persona umana quale l’hanno fatta conoscere la parola di Dio rivelata e la stessa ragione’, e anzi abbia combattuto i suoi sostenitori!

Dopo avere citato il testo conciliare – “la persona umana ha il diritto alla libertà religiosa”, e tale diritto “perdura anche in coloro che non soddisfano l’obbligo di cercare la verità e di aderire ad essa”(DH 2) – il cardinale, però, afferma che non è possibile “trascurare i dibattiti, talora accesi e mai sopiti, sulla natura, sulla corretta interpretazione e sulla necessaria assunzione della dichiarazione Dignitatis humanae”.

A suo parere, infatti, la situazione non è affatto semplice, anzi ci sono diversi nodi da sciogliere, in particolare quello riguardante la “connessione tra libertà religiosa e orientamento dello Stato […] nei confronti delle comunità religiose presenti nella società civile”. Qual è il problema? Secondo Scola, lo Stato laico, che si presenta come neutrale rispetto alle diverse confessioni religiose e, più in generale, alle diverse visioni del mondo, in realtà non è veramente… laico!

Non lo è perché fa sua una di queste visioni, “una specifica cultura, quella secolarista, che attraverso la legislazione diviene cultura dominante e finisce per esercitare un potere negativo nei confronti delle altre identità, soprattutto quelle religiose, presenti nelle società civili tendendo ad emarginarle, se non espellendole dall’ambito pubblico. [… Così] Sotto una parvenza di neutralità e oggettività delle leggi, si cela e si diffonde – almeno nei fatti – una cultura fortemente connotata da una visione secolarizzata dell’uomo e del mondo, priva di apertura al trascendente”.

Per essere davvero laico, dunque, lo Stato nel legiferare dovrebbe ispirarsi alla concezione dell’uomo e del mondo propria delle identità religiose presenti nelle società civili. Peccato che sia invece proprio la visione secolarizzata dell’uomo e del mondo – che per il cardinale è soltanto “una tra le varie visioni culturali (etiche “sostantive”) che abitano la società plurale” e che perciò non dovrebbe essere privilegiata dall’autorità politica – che caratterizza lo Stato laico.

In esso, infatti, le leggi possono e debbono tener conto solo delle opzioni sostenibili con argomenti razionali, perché tutti gli uomini – cattolici, musulmani o atei – sono esseri razionali, ed è quindi la ragione il terreno d’incontro di tutti i cittadini. Se i credenti possono argomentare razionalmente le loro proposte, bene; altrimenti queste in uno Stato laico non debbono essere imposte per legge a chi quella fede non condivide.

La legislazione può ispirarsi a una visione religiosa solo quando questa è condivisa dall’insieme della popolazione, come avveniva nell’Europa medievale che emarginava le minoranze, e non a caso si chiamava Christianitas. Ma giunta al termine quella unità in seguito alla rottura provocata da Lutero e alle successive guerre di religione, si è capito che l’unica soluzione praticabile per una pacifica convivenza tra uomini di diverse fedi è quella che sceglie come denominatore comune la ragione umana. Al successo di questa tesi, agli inizi del XVII secolo, ha dato un contributo determinante Grozio, affermando che le norme del diritto naturale conoscibili mediante la ragione manterrebbero intatto il loro valore “anche se concedessimo – cosa che non può essere concessa senza la più grave empietà – che Dio non esiste o che non si occupa degli affari degli uomini”20. Il principio enunciato da Grozio – “etiamsi daremus non esse deum” – è il fondamento dello Stato laico.

Oggi poi, ormai assodato che l’uso critico della ragione è il criterio per vagliate le posizioni che si confrontano nello spazio pubblico, si è andati ben oltre Grozio, perché quell’ipotesi che al pensatore olandese sembrava empia è stata fatta propria da milioni di europei, e la stessa idea di diritto naturale non gode più di un largo consenso, in quanto stili di vita che apparivano, magari per secoli, naturali si rivelano non di rado essere prodotti culturali 21.

Per quanto, come ritiene il cardinale, si possa e si debba discutere “sulla corretta interpretazione e sulla necessaria assunzione della dichiarazione Dignitatis humanae”, per l’odierno modo di sentire è ormai quindi chiaro cosa implica il riconoscimento della libertà religiosa e quali sono le caratteristiche dello Stato laico, certo ben diverso da quello che Benedetto XVI vorrebbe ispirato alla nuova, o sana, laicità, che in realtà non è altro che il vecchio Stato confessionale che si tenta di risuscitare.

Ma Scola è uomo di cultura, e certamente queste cose le sa (ma non le dice!).

 

Strutture antropologiche da salvare

Per riaffermare il ruolo pubblico della religione, Scola non fa però riferimento alla legge naturale ma segue un altro percorso. Premessa: nelle società civili europee “fino a qualche decennio fa si faceva riferimento sostanziale ed esplicito a strutture antropologiche generalmente riconosciute, almeno in senso lato, come dimensioni costitutive dell’esperienza religiosa: la nascita, il matrimonio, la generazione, l’educazione, la morte”. Negli ultimi anni, invece, “questo riferimento, identificato nella sua origine religiosa, è stato messo in questione e ritenuto inutilizzabile”, con la complicità di una male intesa laicità dello Stato.

Conclusione: se non vuole “limitare la libertà religiosa”, favorendo “l’idea secondo cui l’identità religiosa è fatta di nient’altro che di contenuti ormai desueti, mitologici e folcloristici”, lo Stato deve quindi dare riconoscimento legislativo a quelle ‘strutture antropologiche’ presenti nelle società europee, in cui le divisioni più profonde non sono quelle “tra credenti di diverse fedi”. La vera divisione, infatti, è “tra cultura secolarista e fenomeno religioso”, che rischia di essere emarginato dal sostegno indebitamento garantito dallo Stato a quella cultura.

Il cardinale, in sostanza, propone un rassemblement delle forze religiose più conservatrici per difendere quelli che da tempo la chiesa romana, riferendosi a generazione, famiglia, scuola o fine-vita, chiama ‘valori non negoziabili’. Ma, appellandosi alla libertà religiosa e alla laicità dello Stato, Scola elabora un argomento più solido di quello che faceva riferimento alla legge naturale? Non mi pare.

Il fatto che per secoli si siano radicate nelle società europee ‘strutture antropologiche generalmente riconosciute, almeno in senso lato, come dimensioni costitutive dell’esperienza religiosa’ è appunto un ‘fatto’ e quindi non dice nulla sulla bontà o meno di quelle strutture, che non sono state sempre ritenute valide in passato e non è affatto detto che lo debbano essere in futuro. Ecco qualche esempio, relativo alle culture che più hanno influito sulla nostra civiltà, che riguarda il modo di gestire la vita e la morte.

Nell’antica Grecia, oltre alla moglie, l’uomo poteva avere una concubina, che poteva tenere nella propria casa e che era obbligata, come la moglie, alla fedeltà. Per di più l’uomo godeva anche di una compagna, un’etera che, di solito intelligente e colta, lo accompagnava nei luoghi in cui la moglie e la concubina non potevano andare. Inoltre, poteva ripudiare la moglie con la massima facilità.

Ancora, i greci non distinguevano gli eterosessuali dagli omosessuali: l’amore per i giovani, infatti, era considerato assolutamente normale e, di solito, non era esclusivo ma si accompagnava ai rapporti eterosessuali.

A Roma l’aborto non era affatto punito come reato e, mentre prima era il ‘paterfamilias’ e soltanto lui che decideva se far vivere o meno un figlio (aborto o infanticidio), già alla fine dell’età repubblicana sono le donne che decidono, e addirittura ricorrono all’aborto anche solo per non compromettere la loro bellezza.

Sia in Grecia che a Roma, poi, il suicidio non era ritenuto un atto da condannare moralmente, e in certi casi, sotto l’influenza specialmente della filosofia stoica, era giudicato non solo lecito ma doveroso.

Presso gli ebrei, infine, l’uomo poteva avere delle concubine, era estremamente facile il ripudio della moglie e addirittura nessuna legge imponeva la monogamia: “in Israele la poligamia, benché caduta in disuso, non era stata legalmente abolita neppure al tempo di Gesù”22.

Anche costumi che per secoli sembrano indiscutibili a un certo punto vengono sostituiti da altri: non si capisce, perciò, per quale motivo lo Stato dovrebbe oggi rifiutare tutela legislativa alle nuove modalità di organizzazione e di gestione della vita e della morte che si stanno affermando nelle società occidentali. Le leggi di uno Stato laico sono sempre rivedibili perché, a differenza delle chiese, esso non conosce verità assolute e immodificabili ma solo principi criticamente vagliati e, in quanto condivisi, posti alla base del patto costituzionale che tiene uniti i cittadini di una nazione.

Ma Scola è uomo di cultura, e certamente queste cose le sa (ma non le dice!).

 

La Verità in cerca dell’uomo

Perché, allora, il cardinale pensa che quelle strutture antropologiche debbano godere ancora oggi della tutela statale? Perché il valore del patrimonio tradizionale di saggezza relativo alla natura umana, elaborato dall’Europa cristiana, non dipende per Scola dalla sua durata plurisecolare ma dal fatto che esso è oggettivamente vero. Nel variare delle opinioni, c’è una verità che non muta e che le grandi religioni custodiscono.

È innegabile, infatti, che l’adesione alla verità è possibile solo in maniera volontaria e che va rifiutata qualunque coercizione esterna, ma ciò non toglie, come ricordava il Vaticano II, che resta per ogni uomo l’obbligo morale di cercare la verità, specialmente quella concernente la religione. Ma in realtà succede che spesso “non si persegue ‘quel dovere e quindi il diritto di cercare la verità’(DH 3) che toglie ad ogni retta affermazione della libertà religiosa il sospetto di essere un altro nome dell’indifferentismo religioso che non può non porsi, almeno nei fatti, come una specifica mondovisione la quale, nell’attuale frangente storico, tende sempre più a far valere l’egemonia di una particolare visione del mondo sulle altre”.

Ecco: le strutture antropologiche tradizionali sono messe in discussione perché tanti uomini, omettendo oggi più che nel medioevo di cercare la verità, si trovano oggettivamente nell’errore. Non si può certo – almeno ora non più! – ricondurli alla verità con la coercizione, ma non è ammissibile che lo Stato faccia propria quella visione del mondo che sotto l’etichetta della libertà nasconde un inaccettabile ‘indifferentismo religioso’.

Allora cosa dovrebbe fare uno Stato veramente laico? La soluzione la suggerisce Agostino, “come ci ricorda Benedetto XVI: “Non siamo noi a possedere la Verità dopo averla cercata, ma è la Verità che ci cerca e ci possiede”23. In questo senso, è la stessa verità, attraverso la pregnanza delle relazioni e delle circostanze della vita di cui ogni uomo è protagonista, a proporsi come “il caso serio” dell’umana esistenza e dell’umana convivenza”. Dunque, il criterio di fondo, la questione che decide della riuscita o del fallimento dell’uomo e della società, è la verità. Ed è ovvio che verità ed errore non possono godere degli stessi diritti.

Ma come difendere la verità e confutare l’errore? Mi sembra che qui il discorso si sviluppi in maniera un po’ tortuosa, che voglia lasciare implicite certe conseguenze, che ora vengono solo accennate per farle magari emergere con chiarezza quando verrà il momento opportuno. Si ha, insomma, la sensazione che il cardinale abbia seguito più il primo che il secondo dei consigli evangelici: “siate dunque prudenti come serpenti e semplici come colombe”24.

Tuttavia mi pare di capire che a coloro che si sottraggono al dovere di cercare la verità, ma che in fondo, come scrive Agostino, la desiderano ardentemente – “Quid enim fortius desiderat anima quam veritatem?”25 – la verità stessa potrebbe venire incontro ‘attraverso la pregnanza delle relazioni e delle circostanze della vita’, tra le quali circostanze un ruolo speciale dovrebbero averlo le leggi dello Stato.

Lo Stato davvero laico, dunque, sarebbe quello che garantisce la vera libertà religiosa perché, se evita ogni costrizione, crea però le condizioni più favorevoli perché la Verità possa disvelarsi anche agli erranti, rispettando così “la libertà di tutti, anche di chi si dice agnostico, indifferente o ateo” e che pur sempre, in cuor suo, anela alla verità. Gli omosessuali, per esempio, potranno convivere e non saranno più mandati al rogo, ma lo Stato dovrà guardarsi bene dall’offrire tutela giuridica a simili convivenze, mantenendo così chiara la differenza tra bene e male, tra verità ed errore.

La prospettiva agostiniana fatta propria da Scola è senz’altro affascinante, ma non si può pretendere che sia condivisa da chi pensa che non ci sia una Verità che cerca gli uomini ma solo uomini che, senza cedere affatto a una visione nichilistica, si confrontano, in condizioni di parità, per cercare faticosamente, con l’aiuto della ragione, i principi da porre a fondamento della loro convivenza e in base ai quali trovare le soluzioni più adatte per risolvere i problemi che di volta in volta si presentano.

E questa non è una delle possibili opinioni ma ciò che caratterizza essenzialmente lo Stato laico e democratico, a meno che non si vogliano usare questi termini in maniera equivoca. Nell’accezione corrente, infatti, laicità e democrazia sono, in sostanza, incompatibili con l’idea che si possa stabilire a priori e una volta per tutte chi possiede la verità e chi è prigioniero dell’errore.

Ma Scola è uomo di cultura, e certamente queste cose le sa. Ma non le dice. Peccato che non sia stato eletto papa: il cardinale aveva tutte le carte in regola per essere il degno successore di Benedetto XVI!

 

 

1 G. Lombardi, Persecuzioni, laicità, libertà religiosa. Dall’Editto di Milano alla “Dignitatis humanae”, Studium Roma 1991, p 128.

2 Ambrogio, De Nabuthae, 12, 53.

3 Pio XI, Quas primas, 1925.

4 Ambrogio, Epistola, XXI, 4.

5 G. Filoramo, La croce e il potere, Roma-Bari 2011, p 278.

6 Tertulliano, Lettera al proconsole africano Scapula, 2, 1-2.

7 G. Filoramo, La croce e il potere, p 368.

8 Temistio, Orazioni, V, 7.

9 Simmaco, Relatio de ara Victoriae, 10.

10 Ambrogio, Epistola, XVII, 1.

11 Ambrogio, Epistola, XVIII, 7.

12 Editto di Tessalonica, 380.

13 Eginardo, Vita di Carlo, SRG, 5-7.

14 Capitolazione della Sassonia, KK 1, cc. I-14.

15 Giovanni Paolo II, Messaggio al V Simposio dei vescovi d’Europa, 1982.

16 Giovanni Paolo II, Messaggio al Card. Antonio María Javierre Ortas In occasione del Convegno per il 1200° anniversario dell’incoronazione imperiale di Carlo Magno, 2000.

17 Bonifacio VIII, Bolla Unam sanctam, 1302. E, a scanso di equivoci, il papa chiarisce che tale obbedienza per sovrani e sudditi è condizione imprescindibile per la salvezza: “Pertanto noi dichiariamo, stabiliamo, definiamo e affermiamo che è assolutamente necessario per la salvezza di ogni creatura umana che essa sia sottomessa al romano pontefice”(ivi).

18 Pio IX, Sillabo LV, 1864.

19 Ivi, XV.

20 Ugo Grozio, De iure belli ac pacis, Prolegomeni 11, (1625).

21 Benedetto XVI, invece, la considera ancora valida, e non nell’accezione di Grozio, cioè come diritto fondato sulla natura a prescindere dall’esistenza o meno di un Creatore, ma proprio riaffermandone il fondamento teologico. Il papa ritiene, infatti, che solo le leggi positive coerenti con la legge naturale rispondano alle vere esigenze degli uomini, tanto che anche i non credenti, dovrebbero riconoscere nel patrimonio di saggezza della tradizione cristiana il miglior fondamento della convivenza civile. Agli atei consapevoli degli esiti nichilistici di una società che ha smarrito ogni certezza si chiede, quindi, un gesto di fiducia: dovrebbero vivere come se fosse vero ciò che essi ritengono falso. Strano che non ci si renda conto dell’assurdità di una simile proposta: solo un cittadino immaturo potrebbe, rinunciando alle proprie convinzioni, accogliere di buon grado “la peregrina e umiliante idea di fidarsi, di essere e agire (secondo le parole del papa Benedetto XVI) veluti si Deus daretur, come se Dio esistesse, cioè, più precisamente, secondo ciò che la Chiesa stessa dice di Dio”(G. Zagrebelsky, Le false risposte del diritto naturale, La Repubblica, 4 aprile 2007).

22 E. Cantarella P. Ricca, Non commettere adulterio, Bologna 2010, p 28.

23 Benedetto XVI, Udienza Generale, 14 novembre 2012.

24 Matteo, 10,16.

25 Agostino, “Che cosa più potentemente l’uomo desidera del vero?”, Commento al Vangelo di san Giovanni 26,5.

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