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LA PAURA

Di Giovanni La Torre | 23.04.2013


Più ci si pensa a come sono andate le cose in questi giorni e più ci si convince che il sentimento che ha guidato i nostri politici, soprattutto del Pd, è stata la paura.


In fondo nella storia dell'Italia repubblicana solo cinque volte su dieci il Presidente della Repubblica è stato eletto in meno di cinque scrutini (erroneamente si mette nel conto anche De Nicola, il quale però non è stato Presidente della Repubblica bensì Capo Provvisorio dello Stato) quindi questa volta dopo cinque scrutini c'era ancora tutto il tempo per trattare sui nomi di Prodi o di Rodotà. Ma non lo si è fatto. Perché? La spiegazione probabilmente è una ed una sola: i leader più esposti erano stati presi dal terrore sia della piazza sia delle reazioni interne al/i partito/i che avrebbero potuto pregiudicare la loro carriera se avessero patrocinato una scelta non condivisa subito da tutti. Si temevano soprattutto coloro che agivano nell'ombra, che però allo stesso tempo potevano contare su un drappello di grandi elettori molto fedeli e con la "mira" buona al momento delle votazioni. Le urla della piazza e la petulanza perfida di chi agiva nell'ombra devono aver esercitato una pressione psicologica tale da risultare irresistibile. Si è preferito liberarsi del problema e dell'ansia relativa, rimettendo tutto nelle mani di qualcuno che non può essere raggiunto dalla stessa veemenza critica, cioè Giorgio Napolitano, e che nello stesso tempo avrebbe condotto le cose verso l'approdo desiderato dalla maggioranza che nel frattempo stava maturando nei partiti. Insomma l'aggrapparsi a Napolitano è stato come afferrare la scialuppa più vicina e mettersi in salvo nell'immediato, per il futuro invece sono tutti convinti che le persone dimenticano presto e quindi saranno pronte a rieleggerli. In fondo molti cosiddetti leader politici sono persone che hanno vissuto tutta la loro vita nei partiti; alla fine, al di là di litigi e contrapposizioni occasionali, si ha la piena coscienza che si è sulla stessa barca. Si matura una solidarietà di casta, tanto per usare un termine diventato specifico e gergale. Già lo strappo delle votazioni dei presidenti delle Camere deve essere apparso eccessivo e deve aver procurato diverse apprensioni in chi l'aveva compiuto. Figurarsi poi tentare di eleggere Prodi o Rodotà, sarebbe stato un vero e proprio gesto di empietà.

Con tutto il rispetto per il nostro presidente, mi ha suscitato una certa ilarità l'invito ai politici italiani di sviluppare la virtù del compromesso. Signor presidente, tale virtù è talmente seguita dai politici italiani da essere diventata un vero e proprio vizio, un tic, un istinto irrefrenabile. Altrimenti come si spiegherebbe che un Berlusconi è ancora lì a dirigere tutto, quando invece dovrebbe essere in galera o comunque ineleggibile? Come si spiegherebbe che il nostro è considerato dalla comunità internazionale uno dei paesi più corrotti al mondo?

Giovanni La Torre

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