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IL GOVERNO AIUTA LE MINORANZE PERSEGUITATE, MA SOLO SE CRISTIANE

Di Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar) | 14.01.2019


Comunicato stampa

«Siamo allibiti. Nella legge di bilancio è messa nero su bianco l’istituzione di un fondo destinato a sostenere le minoranze perseguitate nelle aree di crisi. E fin qui non ci sarebbe nulla da eccepire. Peccato però che le uniche minoranze interessate dal provvedimento siano quelle cristiane. A mettere insieme questa iniziativa con l’atteggiamento generale mostrato sino ad oggi rispetto alla questione migratoria si direbbe che il governo stia seguendo la linea dell’“aiutiamoli solo a casa loro, e solo se cristiani”. Inoltre c’è da considerare che tra i paesi che perseguitano i cristiani, la maggioranza è alleata del nostro paese: le pressioni diplomatiche (di cui però non si rinviene traccia) potrebbero dunque sortire, con meno spesa, molti più effetti».

Così Adele Orioli, segretaria dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar), in merito alla Legge di bilancio che all’art. 1 comma 287 stabilisce l’istituzione di un fondo, con una dotazione di 2 milioni di euro per ciascuno degli anni 2019 e 2020 e di 4 milioni di euro annui a decorrere dal 2021, da destinare a interventi di sostegno diretti alle popolazioni appartenenti a minoranze cristiane oggetto di persecuzioni nelle aree di crisi.

«Ogni lavoro realmente teso alla promozione dei diritti umani è benvenuto. Ma deve essere chiaro che la persecuzione su base religiosa è più ampia di quella nei soli confronti dei cristiani», le ha fatto eco Andrew Copson, presidente dall’International Humanist and Ethical Union (Iheu, di cui l’Unione degli Atei e degli Agnostici razionalisti fa parte). «Ogni individuo ha infatti diritto alla libertà di pensiero, religione o convinzione, e d'altronde la quasi totalità delle credenze è discriminata da qualche parte nel mondo. Un governo che si focalizzi specificamente su una singola religione, nell'ambito di un mandato internazionale, rischia di limitare l'universalità di questo diritto. Un simile focus può essere infatti percepito come una forma di parzialità culturale, se non addirittura come uno sforzo per guadagnarsi il consenso elettorale delle lobby religiose del paese. La libertà di pensiero, religione o convinzione è protetta al meglio solo quando gli stati nazionali adottano un approccio inclusivo e onnicomprensivo, e non una interpretazione parrocchiale di questo diritto universale».

Che il problema non sia circoscritto alle sole minoranze cristiane ma sia molto più ampio lo dimostra tra l’altro il Rapporto sulla libertà di pensiero prodotto ogni anno dall’Iheu, che fornisce un quadro delle discriminazioni nei confronti di atei, umanisti e non religiosi. Dai dati dell’ultima edizione (diffusa a novembre scorso) emerge come nel mondo siano 71 i paesi che prevedono restrizioni legali all’espressione della propria blasfemia: in 18 è prevista una multa, in 46 la prigione, in 7 la condanna a morte (Afghanistan, Iran, Mauritania, Nigeria, Pakistan, Arabia Saudita e Somalia). 18 sono invece i paesi che criminalizzano l’apostasia: in 6 è punibile con la prigione (Bahrein, Brunei, Comore, Gambia, Kuwait, Oman) e in 12 con la pena di morte (Afghanistan, Iran, Malaysia, Maldive, Mauritania, Nigeria, Qatar, Arabia Saudita, Somalia, Sudan, Emirati Arabi Uniti, Yemen). Inoltre, la maggior parte di questi 12 paesi spesso considera la blasfemia come prova di apostasia.

L’Uaar invita tutti coloro che hanno a cuore la libertà di pensiero nel mondo e il principio dell’universalità dei diritti umani a scrivere al presidente del Consiglio dei ministri (presidente@pec.governo.it) per manifestare il proprio sdegno per un’iniziativa così smaccatamente parziale che subordina la tutela dei propri diritti – e la stessa sopravvivenza – all’appartenenza religiosa.

A tal fine è stata predisposta una lettera disponibile al seguente link: https://go.uaar.it/fondocristiani

Contatto: uffstampa@uaar.it - 320.02.23.130

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