editoriale

UNA SVOLTA AUTORITARIA

Di Marcello Vigli | 11.07.2018


Il tempo passato dal 4 marzo può essere sufficiente per una valutazione dell’opera di Salvini che con Di Maio ne è stato protagonista.

I due, già responsabili del tempo speso per la sua formazione, dell’ampia e articolata formulazione del “contratto di governo”, in significativa sostituzione del tradizionale “accordo", hanno scelto di risolvere questioni di immediato effetto mediatico lasciando al ministro delle finanze Giovanni Tria il compito di rassicurare investitori e opinione pubblica che nulla a breve sarà cambiato nella gestione finanziaria.

Salvini ha scelto come prioritario il problema del controllo dei flussi migratori, ma ancora oggi si presentano problemi per l’impossibilità di impedire alle navi “di passaggio” di raccogliere naufraghi che non vogliono essere riportati in Libia. Il suo omologo Di Maio ha intrapreso, invece, la regolamentazione del mercato del lavoro, ma il suo progetto, ampiamente reclamizzato, pur approvato dal Consiglio dei ministri il 2 luglio, non è ancora arrivato in Parlamento.

Invero non sono queste difficoltà ad offrire motivi di allarme.

Sono piuttosto le dichiarazioni di Salvini sull’obiettivo politico, già ampiamente pubblicizzato, che lui stesso intende raggiungere: costruire una Europa come federazione di stati sovrani. Questo disegno, che lo rivela un pericolo per la nostra democrazia non solo per quello che fa ma anzitutto per quello che pensa, è in aperta contraddizione con gli obiettivi che hanno ispirato non solo gli ideatori dell’Europa unita, ma anche i politici che, per primi, hanno avviato il processo all’origine dell’attuale Unione.

Sulla natura di tali stati Salvini ha da tempo espresso, infatti, il suo favore per quelli a regime autoritario e recentemente ha evidenziato il modello, da lui auspicato, reagendo alla confisca dei beni della Lega da parte della magistratura. Non certo la violenza delle sue proteste e recriminazioni dà la misura del suo intento che è, invece, chiaramente espresso nella istanza di udienza al capo dello stato con il proposito di coinvolgerlo nella contrapposizione fra governo e magistratura, in una prospettiva di regime autoritario, nella soluzione del caso emerso con la richiesta del giudice di pagare i vecchi debiti della Lega.

Per meglio intendere questo orientamento si può leggere, nella stessa prospettiva, la dichiarazione del sottosegretario Jacopo Morrone, Via le correnti dalla Magistratura, specialmente quelle di sinistra, pronunciata in una sede significativa quale l'incontro con i magistrati ordinari in tirocinio organizzato dalla Sesta Commissione del Csm e dalla Scuola Superiore della Magistratura. Pur se subito smentita dall’interessato, per lo scandalo suscitato, essa è il sintomo della diffidenza verso l’indipendenza della magistratura ispirata ad una concezione autoritaria dello Stato.

Forse in una situazione diversa questi obiettivi del “salvinismo” non desterebbero preoccupazione, ma la loro affermazione sembra inarrestabile in presenza della subalternità dell'alleato Di Maio; della stanca e improbabile rigenerazione di Forza Italia avviata dal nuovo vice presidente Antonio Tajani che dichiara di non voler essere l’antisalvini; della “segreta” ammirazione di Giorgia Meloni per la guida del nuovo Carroccio; infine, della crisi del Pd.

Particolarmente questa non consente di nutrire speranze per la creazione di efficaci ostacoli all’avanzata del “salvinismo”, da molti paragonato al fascismo, impedendo, nel proporre tale somiglianza, di coglierne la novità rispetto ad un passato ormai lontano.

La sfida che è chiamato a vincere non la presenza di una forte classe operaia in fase di espansione, ma quella della creazione di una fortezza Europa capace di gestire i flussi migratori perché servano a fornire mano d’opera per le sue industrie senza inquinare le radici della società occidentale.

Le ultime statistiche ufficiali dichiarano che i lavoratori immigrati (dal sud del mondo) producono circa il 9/10 per cento del PIL italiano e mantengono l'8 per cento dei pensionati con i loro contributi previdenziali. Sono di fatto indispensabili anche perché contemporaneamente circa 120.000 diplomati e laureati italiani ogni anno, non volendo raccogliere pomodori, cercano lavoro all'estero, mentre, al tempo stesso, il governo giallo verde non ha un piano per fermare questo dissanguamento del nostro paese.

L’opposizione, quindi, non può essere efficace se non assume un forte impegno per proporre un processo di integrazione che, non solo eviti tale inquinamento, ma promuova per tutti una nuova cittadinanza europea.

Non può bastare l’impegno di quei cattolici che, per iniziativa di monsignor Raffaele Nogaro, ex vescovo di Caserta da sempre in prima linea per i diritti dei migranti, e del missionario comboniano Alex Zanotelli, che, dopo essersi radunati a mezzogiorno del 9 luglio davanti alla basilica di San Pietro, costituiranno per dieci giorni un presidio davanti a Montecitorio. Con loro ci sono don Alessandro Santoro e la Comunità delle Piagge di Firenze, le orsoline di Casa Ruth di Caserta i francescani di Assisi, i gesuiti di varie comunità, le suore domenicane, la Comunità di base di San Paolo a Roma, molti gruppi scout dell’Agesci e preti di strada, missionari e suore che vogliono manifestare il loro dissenso rispetto alle politiche migratorie del ministro dell'Interno Matteo Salvini e del Governo.

Sono utili però per dimostrare che nel Paese è diffusa una forte volontà di cercare vie nuove per rilanciare la partecipazione democratica dei cittadini in una prospettiva europea, e che quindi c’è spazio per una forza politica non condizionata da conflitti interni per la conquista dell’egemonia e del controllo dell’apparato.

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