editoriale

QUALE CHIESA

Di Marcello Vigli | 05.04.2012


A margine, ma non molto, dell’informazione sulla crisi economica, sulle vicende internazionali, sulle dinamiche sociali e politiche italiane negli ultimi giorni la Chiesa cattolica è presente con una serie di notizie da cui emerge un’immagine che si fa fatica a ridurre a unità.

Il papa va a Cuba e al termine dalla visita “di stato” incontra personalmente Fidel Castro. Il significato del gesto va ben oltre il rapporto con le autorità cubane volto ad ottenere per la Chiesa locale maggiore libertà e, magari, risorse finanziarie e spazi di agibilità sociale e politica. Dopo aver dichiarato la fine del marxismo, dialogare con chi lo ha incarnato per decenni nella sua isola significa ispirarsi alla famosa distinzione, proclamata da Giovanni XXIII nell’enciclica Pacem in terris, fra le ideologie e i soggetti che ad essi si sono ispirati. Tanto più significativo se si confronta con la sua indisponibilità ad incontrarsi con i rappresentanti dei dissidenti, mentre proprio negli stessi giorni trecento esuli, cui era stato consentito di tornare, si sono ritrovati nella cattedrale dell'Avana per una messa che l'arcivescovo di Miami Thomas Wenski ha celebrato per loro, e mentre al tempo stesso le autorità cubane hanno impedito l'ingresso a Cuba di una giornalista dell’Avvenire sgradita per aver dato voce alla coraggiosa e civilissima dissidenza cubana.

In Italia il cardinale Angelo Bagnasco parlando al Consiglio di Presidenza della Cei e rivolgendosi idealmente alla gente impaurita per la situazione di crisi in cui oggi si trova, la più grave dal dopo-guerra, si appella ad un cambio di mentalità!  Solo una generale conversione di mentalità che comporti conseguenze vincolanti – ad esempio, sul fronte del fisco, di un reddito minimo, di un welfare partecipato, di un credito agibile, insomma di un civismo responsabile – può ricreare quel clima di fiducia che oggi sembra diradato o dissolto. Un clima che sollecita e motiva l’affidamento reciproco.

Sono parole che ridimensionano quelle di mons. Giancarlo Bregantini, presidente della commissione Cei per il lavoro, che alcuni giorni prima aveva dichiarato: Il lavoratore non è merce. Non si può trattare come un prodotto da dismettere, da eliminare per motivi di bilancio. Si legge in esse una denuncia senza sottintesi della subordinazione della dignità della persona agli imperativi del mercato, a cui s’ispira la riforma del mondo del lavoro proposta dal governo Monti al quale, invece, il cardinale Bertone in quegli stessi giorni aveva detto: Presidente la chiesa la sostiene. Sappiamo bene che anche questo passaggio necessita dello sforzo corale di tutte le istanze del paese. Ma serve unità nei momenti cruciali. Già l’Avvenire aveva riservato alle parole di mons. Bregantini un piccolo box il cui titolo è riservato non a lui bensì a Domenico Pompili, portavoce della Cei, che pochi minuti dopo la sua dichiarazione ha cercato di ridimensionarne il valore chiedendo una “soluzione ampiamente condivisa” della riforma del lavoro.

La contraddizione riemerge se poi si confronta il titolo programmatico, “Cultura della legalità e società multireligiosa”, di un convegno organizzato dal Pontificio Consiglio della Cultura, il cui Presidente, cardinale Ravasi, ha sottolineato l’impegno della Chiesa contro l’illegalità, nello spirito del dialogo interculturale tra credenti, agnostici ed atei, con quanto sta emergendo di nuovo sul ruolo di alcuni ecclesiastici nel “caso Orlandi” in particolare nell’”anomala procedura” seguita per la sepoltura di De Pedis, il boss della Magliana, nella Chiesa di Sant’Apollinare.

Sempre in questi giorni a Genova è scoccata l’ora di “Libera”, l’associazione antimafia promossa dal don Ciotti, con la celebrazione della diciassettesima edizione della “Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime delle mafie”, senza che la diocesi del Presidente della Cei si sia mobilitata e coinvolta, e mentre in Sicilia un vescovo si fa complice di un suo prete inquisito informandolo sullo stato delle indagini.

Eppure, scrive Vittorino Merinas sul sito www.nuovasocieta.it, l'Italia è raccontata come cattolica e come tale privilegiata. Ne sono prova la politica ed i mezzi di comunicazione, in particolare la televisione. La chiesa cattolica appare compatta. I dibattiti, le controversie, le contrapposizioni forti e sostanziali che l'attraversano non hanno né presenza né voce. L'Italia è cattolica e la chiesa unanime. Due finzioni non confermate dai fatti.

C’è da interrogarsi a quale chiesa ha dato credito la Cgil nel promuovere per domenica 1 aprile un volantinaggio davanti alle chiese di molte città!

Un commento

Marco Comandè:

Al potere clericale vorrei opporre la forza tranquilla del cristianesimo. La storia di un predicatore che ritengo figlio di Dio, di una popolazione anche all'epoca alle prese con i grandi dilemmi esistenziali, i grandi problemi, i piccoli e grandi peccati dell'umanità. Un culto messianico che ritrova gli stessi conflitti tra potere materiale ed essenza spirituale nel Medioevo, tra lotte per l'investitura, Papi corrotti, carestie, guerre, peccati di avidità e di orgoglio. I culti popolari di devozione che rimediano alle lotte aristocratiche e alla corruzione papale, oggi sono ancora più forti tra chiese che si svuotano e pellegrinaggi che al contrario sono più numerosi, culti popolari che nella società di massa sono rafforzati (massa significa popolo). La devozione nella società democratica è più fiorente, senza quelle guerre e quei saccheggi del Medioevo che distruggevano i luoghi di culto, le chiese, i monasteri, anzi un confronto ancora più acceso e vivace con le altre reti sociali e con la globalizzazione. Aspettative di vita e di oltre vita, la comune ricerca di un'etica dell'Umanità a cui le religioni offrono una risposta, una speranza. Certo, questo non è il solito copione: relativismo, principi non negoziabili, potere ecclesiastico, otto per mille... Benedetto XVI di recente ha denunciato l'analfabetismo religioso. Con l'anacronistica ora di religione nelle scuole, che è sempre monitorata da vescovi per poter rimuovere insegnanti non conformi, non viene il dubbio che il problema sia interno alla Chiesa?