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SEDICI” ELZEVIRI IMPERTINENTI” DEDICATI ALLA BRECCIA DI PORTA PIA

Si trattò soltanto di una "finta apertura", maggiormente dolorosa perché procurò dei morti, ma comunque soltanto una "finta"?

Nel settembre del 2009, Alessandro Savorelli ha tirato una edizione cartacea di “16 Elzeviri impertinenti” in una cinquantina di esemplari, per distribuzione privata e dedicata alla commemorazione della Breccia di Porta Pia. Furono scritti nel corso di alcuni anni e originariamente apparvero su http://sdz.aiap.it/home.php .

L’Autore ha voluto cortesemente metterla a disposizione di Italialaica e, da oggi ne iniziamo la pubblicazione settimanale.

Il primo Elzeviro è datato 8 aprile del 2005, ma noi lo facciamo precedere dalla dedica alla Breccia aperta nel 1870. Arriveremo, settimana dopo settimana, ai giorni nostri. Non soltanto per godere della piacevole lettura, ma anche per non dimenticare che, purtroppo, la Breccia di Porta Pia è stata ormai completamente richiusa. O forse l’apertura è stata soltanto una “finta”.



Good MorninG Porta Pia!

Di Alessandro Savorelli



Sòra Apostolica era romana. Si era sempre considerata una ragazza speciale. «Co’ sto nome checciò», diceva, «mica posso èsse come ll’antre». Di speciale, a dir vero, aveva solo un caratteraccio: pontuta, ostinata, suscettibile.

«Ha da èsse come vojo io!», ripeteva su tutto, e non sentiva ragione. Si offendeva di continuo e questo la rendeva antipatica. Ma era una tecnica collaudata: in quel modo otteneva dai fidanzati tutto ciò che le passava per la testa. Metteva il broncio: «Ma che hai?», chiedevano, «Gnènte, gnènte» rispondeva, e stava accigliata finché il disgraziato non cedeva su qualcosa. E allora scuse, pentimenti e regali importanti, soprattutto, e gite fòri porta e salamelecchi. Alla fine però i fidanzati si stancavano. Per non dar l’aria d’essere scaricata, un bel giorno del 1870 l’Apostolica decise che non voleva più fidanzarsi con nessuno: «co’ sti bburini non me ce vòjo mescolamme ppiù». E così andò avanti per tanti anni e – si sa – col tempo il carattere non migliora. Era sempre più permalosa. Uno sguardo obliquo della portiera, una parola storta del fruttarolo e s’inalberava: «Ahò, come ve permettete?».

Com’è come non è, alla fine trovò l’omo suo («M’hàa mannato ’a provvidenza », civettava coll’amiche), uno del Nord, un po’ burino pure lui però. Quando si sposarono, nel 1929, lei s’incaponì di nuovo: «Pe’ rregalo me devi da levamme quàa ricorrenza llà, che me ricorda un fatto brutto che me fece un fidanzato tant’anni fa: ahò non fa’ er furbo, m’hàai promesso! ». – «Mo quale ricorrensa?», nicchiava il nordico arrotando la zeta, – «Che me stai a buggerà? er 20 settembre! Mo ’o devo sostituì co’ ’a festa nostra, quanno ce semo fidanzati, ll’11 de febbrajo». «Mo, viva la madonna…», bofonchiava l’uomo della provvidenza. «Bada» – scattava lei – non te permette sto’ linguaggio co’mme: chiedeme scusa!». E giù bronci e smusate e «non me toccà, sai». Tanto fece che ottenne ciò che voleva. Il Cavaliere (perché era Cavaliere, il burino) poi morì, non proprio di morte naturale, ma la «ricorrensa» rimase cancellata. Ora l’Apostolica s’è risposata, con un altro Cavaliere (sempre del Nord, e arciburino), perché lei «pe’ mmeno nun ce se mette». E le cose vanno avanti come prima: bronci, ripicche, e «famme questo» e «damme quell’altro » e «questo nun me sta bbene».

Bè, ragazzi, è andata così. La «ricorrensa» del 20 settembre, tra l’altro, era roba nostra, e non dei vari cavalieri, che han fatto bella figura regalando all’Apostolica cose non di loro proprietà, e io dunque continuo a festeggiarla a modo mio: questa volta raccogliendo i miei interventi, in argomento, apparsi su SDZ (Socialdesignzine).

A chi sospettasse trattarsi di un libello laicista e anticlericale, diremo viceversa che è un libro religioso. Quando nella storia lo spirito religioso subisce l’abbraccio degli scopi mondani, di quella «inversione dei moventi» che per Kant sta all’origine del «male radicale», c’è da preoccuparsi più che di uno stato corrotto. Nella Chiesa oggi tende a prendere il sopravvento non la comunità di fedeli (o semmai solo ristrette comunità di fondamentalisti, corruttori del messaggio evangelico: nei testi che seguono si dà conto di qualcuna di esse), ma lo “Stato della Chiesa”: dimentico di ciò che in basso tra i suoi fedeli si agita, soffre, riflette o dissente, e sollecito invece di sé, come di uno di quei «grandi leviatani», che, scriveva Croce, sono disposti a tutto pur di sopravvivere.

Come altrimenti interpretare la difesa frequente del «sabato» contro la «carità» e le ricorrenti tentazioni ultramontaniste, e le lusinghe del trono (oggi di dubbie potenze “cristiane”, devote a Cipride e a Eridano come il postneofascismo, il fascismo politico-televisivo e il neofascismo padano), a profitto, nel generale applauso e nella collettiva rimozione della memoria, di una teocrazia affaristica?

Allora, coraggio, e «Good morning Porta Pia»!

20 settembre 2009



8 aprile 2005/OVERDOSI

Lunedì alle 13 apro «Televideo», l’unica testata che ormai ho deciso di concedermi dopo le prime 39 ore dell’incubo mediatico scatenatosi alle 21,37 di sabato 2. «Petrolio a 8 dollari», esulto: una notizia, finalmente! Ma la ricreazione dura poco; dieci minuti dopo la schermata muta evacua da sé il petrolio e recita il messaggino: «Papa dedicò sé e Polonia a Madonna Nera». L’incerta sintassi, mi risprofonda nel delirio.

Ripercorro mentalmente alcune tappe dell’incubo: non ricordavo niente del genere, dall’ampex incantato sull’urlo di Tardelli e di Martellini («Campioni del mondo – campioni del mondo – campioni del mondo …»). Alle 16,30 di domenica 3 aprile, mentre la regia frugava nei CD alla ricerca di altre colombe in volo su Cracovia, di inediti baci ai pargoli, pausa: una scienziata canadese s’intrufola sul video a spiegare perché il mitico strato geologico KT (che si vede vicino a Gubbio: sta per “cretaceo-terziario” una strisciolina di roccia piena di iridio venuto dallo spazio) non dimostri affatto l’estinzione dei dinosauri sulla base del famoso meteorite. L’immagine cambia d’un tratto senza preavviso sulle colombe, e i dinosauri rimangono un mistero. Alle 18,1 il picco: 7 reti televisive su 7 mandano in onda talk show sulla morte del papa, retrospettive sui viaggi del papa, fiction bibliche con la Cucinotta che fa la Maddalena e Castellitto che fa padre Pio, dirette da S. Pietro. Alle 21,30 annaspo cercando almeno i dati dell’affluenza alle urne. Me li danno alfine: una schermata verdolina letta in fretta come gli effetti collaterali delle medicine negli spot. Poi si stacca ancora su S. Pietro. Nella penombra un giornalista (?) zumma su un bambino: «vedete prega in ginocchio; anche il suo cagnolino accanto a lui sembra inginocchiarsi e pregare». MTV manda rock demenziale, ma con una striscia che scorre riportando messaggini del tipo: «Tvtb xké sei il papa ke ci ha insegnato la speranza. Roby, Dani, Manu e Pippo».

Si è parlato a proposito della 2 (?) giorni televisiva sulla morte del papa, di «tsunami mistico», e ci si è chiesti se fosse stato il papa ad aver usato i media o viceversa. Ma non c’è stato proprio nessuno «tsunami mistico», come dimostra l’episodio del cagnolino che prega, perché la mistica (quella di San Francesco, di Santa Caterina e di Santa Brigida) è una cosa un po’ più seria. E se è vero che il pontefice aveva innescato la deriva spettacolare-mediatica con un uso spregiudicato dei media, l’antinomia su ‘chi ha usato chi’ è sfuocata. Perché in realtà la TV non ha celebrato il pontefice, ma ha semplicemente celebrato se stessa e la propria paranoia totalitaria, il proprio autismo referenziale iniziato a Vermicino e giunto a un punto di non ritorno.



Come ai dannati di Auschwitz, come ai prezzolati sequestrati del Grande Fratello, al pubblico è stato sottratta in primo luogo la percezione della realtà, sostituita da una realtà altra, fatta di rituali, di moviole e di coazione a ripetere. Il diritto al senso della misura, al buon senso, al buon gusto, alla riflessione critica, al dissenso, alla corretta informazione, alla sobrietà comunicativa, alla distinzione tra informazione e retorica, non sono stati sacrificati ad una dubbia e barocca operazione di propaganda fide (la chiesa anzi farà bene a interrogarsi su questa deriva cui la sospinge l’elezione della telecamera a luogo istituzionale della beatificazione di Paolo II), ma ad buco nero in cui è stata sancita la definitiva sparizione della differenza tra immagine e realtà. Un esse est percipi che chiude lo spettatore in un cerchio magico, al di là dello specchio, ove si rimanda un’immagine moltiplicata all’infinito. Il pubblico potrà ogni tanto evadere in un’ora d’aria: alzando gli occhi, dopo l’incredibile spettacolo del 2-3 aprile potrà leggere sul cancello della sua prigione «L’informazione rende liberi».

(4-8-2010)