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l.p., RELIGIONE D.O.C.
Copyright della parola divina per i cattolici
Il senso comune vuole che per credente si intenda un cattolico, come se l’esistenza di un Ente Supremo Verità Assoluta potesse consentire alle gerarchie ecclesiastiche di capirne il pensiero, in questi termini conoscere il pensiero di Dio può essere considerato un atto di misticismo per semplici, un atto di superbia incredibile, oppure più verosimilmente una tecnica per esercitare potere sulla gente.
Ammettere o non ammettere l’esistenza di Dio, non può avere influenza razionale sulle nostre vite, perché nessuna mente umana sarebbe in grado di conoscerne il pensiero e spesso i “non credenti”, limitandosi ad affermare la sola non esistenza di Dio, riconoscono implicitamente alla Chiesa Cattolica una sorta di esclusiva sulla Divinità, della quale la Chiesa non si dispiace affatto, perché le facilita il compito di atteggiarsi a maestra morale dell’umanità e di condizionarne le leggi.
Lasciare alle religioni il monopolio della divinità e della sua interpretazione è un errore, “non credere” non implica concedere alla Chiesa Cattolica il diritto di illustrare il pensiero di Dio, anche nei particolari come: “metodo Ogino-Knaus sì e profilattico no”, questa non è conoscenza del divino ma idee personali e neanche tanto equilibrate, che possono fare presa su persone scarsamente istruite per controllarle nelle loro emozioni umane più intime e quindi in tutto, anche nel voto elettorale.
È opportuno che gli stati laici definiscano i principi in base ai quali le religioni possono indicare come verità indiscutibili fatti remoti e leggendari le cui fonti sono vaghe e ancora meno di spiegare la Verità Assoluta nelle scuole in base a testi sacri di incerta origine. Il fatto è tanto più grave in quanto i “principi morali divini” degli antichi testi vengono tranquillamente sacrificati alla Realpolitik della Chiesa, che chiude gli occhi davanti ai peccati dei grandi e condanna i poveracci, facendo affiorare il più che fondato sospetto sulla buona fede delle pronunce morali di derivazione “celeste”.
Se noi pretendiamo che su un vino ci sia la scritta D.O.C. o D.O.C.G. a garanzia della sua genuinità, si deve pretendere che anche i testi religiosi siano sottoposti ad un uguale controllo per poterne attestare la veridicità dal punto di vista storico, come D.F.C. (Denominazione Fonte Controllata) e D.F.C.G. (Denominazione Fonte Controllata e Garantita) altrimenti i testi religiosi possono portare solo la dizione “Tradizione Popolare Antica”, che ne indica la derivazione ma non ne garantisce la veridicità oppure “ogni riferimento a fatti o persone reali è puramente immaginario”. libero pensiero
(4-3-2010) |