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L’ITALIA NUOVO STATO PONTIFICIO?
Di Marcello Vigli
Non appena il papa, uscendo dai riferimenti pur frequenti ma generici e astratti ai problemi del lavoro, ha dato nome e cognome alle situazioni di grave disagio in cui si trovano i lavoratori di Termini Imerese e del Sulcis il governo ha messo in campo tavoli di consultazioni e i suoi ministri si sono affrettati ad invitare gli imprenditori ad essere meno ... sfruttatori. È pur vero che una nave di operai sardi era in arrivo per scaricare a Roma centinaia di lavoratori arrabbiati, che i deportati da Rosarno riuniti a Roma si sono costituiti in Assemblea dei lavoratori africani di Rosarno e che sta montando uno sciopero di lavoratori immigrati, ma la coincidenza resta significativa.
Finora non c’è stato campo in cui la volontà, espressa o presunta, della gerarchia cattolica non abbia piegato a suo vantaggio i governi nell’impegno concordatario alla reciproca collaborazione per la promozione dell’uomo e il bene del Paese, introdotto con l’articolo 1 degli Accordi di Villa Madama.
Il monito sui Dico ha fatto naufragare un paziente lavoro di elaborazione di un testo accettabile sulle famiglie di fatto. Ogni richiesta di finanziamento per la scuola privata confessionale è stata sistematicamente accolta. Intrappolata la normativa sulle staminali, distorta la legge sulla procreazione assistita, limitato l’uso della Rsu486, bloccata le legge sulla libertà religiosa, congelato il testamento biologico, avviato il ricorso contro la Corte europea di Strasburgo sui crocefissi: in campo economico non è stato così. Le esortazioni e le sollecitazioni della Caritas in veritate, esaltate e condivise, erano restate senza conseguenze significative, gli aiuti alle famiglie centellinati, i rimbrotti sul trattamento degli immigrati ignorati. Subito dopo l’invito perentorio del papa all’Angelus di domenica 31 gennaio, invece, c’è stato un affannarsi di ministri e sottosegretari per abbozzare soluzioni: provvisorie e non certo risolutive in assenza di una seria politica economica di un governo arroccato sulla negazione della crisi e delle sue conseguenze, indifferente a dichiarazioni politiche, azioni sindacali, lotte di precari e solo pronto a tamponare gli esiti di gesti estremi
È ovvio che non ci si può non unire alla soddisfazione di quanti licenziandi e cassintegrati vedono aprirsi uno spiraglio di speranza e rallegrarsi che papa e vescovi abbiano speso in una direzione giusta le loro energie. Ben vengano vescovi e preti a fianco di chi soffre realmente piuttosto che spendersi per offrire l’alibi dei valori non negoziabili a chi li usa per perseguire ingiustizia e illegalità.
Quest’ultimo episodio suscita però un interrogativo sulla vera natura della”sovranità condivisa” imposta alla Repubblica dal concordato craxiano. Quanto il deficit di laicità nel nostro Paese deriva dalla debolezza del contraente Stato nei rapporti con la Santa Sede? Sbagliava certo Stalin a chiedersi dove fossero le divisioni del papa, ma non c’è dubbio che molta della sua forza gli deriva dalla debolezza della nostra casta dirigente: clericali, teodem, atei devoti, laicisti o anticlericali che siano i suoi componenti.
Diventa sempre più evidente che ha ragione Rosy Bindi a scrivere, nel suo ultimo libro/intervista Quel che è di Cesare, che per intercettare la molta passione civile - a suo dire è ancora molto diffusa - è necessario andar al cuore della democrazia coniugando insieme e con uguale impegno partecipazione, legalità e laicità.
Solo se chi ha a cuore le sorti della Repubblica si affretterà nel coniugarle, tutte nessuna esclusa, è possibile fugare il dubbio che il prossimo anno, invece di celebrare i centocinquant’anni dell’unità d’Italia, celebreremo, a centoquarant’anni dalla sua caduta, la restaurazione dello Stato pontificio con tutto il suo bagaglio di corruzione, ingiustizia, disuguaglianze e clerico-autoritarismo diffuso.
Roma, 4 febbraio 2010
(5-2-2010) |