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NON NOMINARE IL NOME DI DIO INVANO

di Paolo Bonetti

In un suo recente discorso a Monaco di Baviera, Benedetto XVI ha detto che i popoli dell’Asia e dell’Africa si sentono minacciati, nella loro identità, da un Occidente che esclude totalmente Dio dalla visione dell’uomo, e ha aggiunto che quella occidentale «non è il tipo di tolleranza e di apertura culturale che i popoli aspettano e che tutti noi desideriamo». La tolleranza di cui abbiamo bisogno ha affermato il papa – «comprende il timor di Dio, il rispetto di ciò che per altri è cosa sacra».

Le parole del papa sono davvero sorprendenti e confermano tutti i nostri dubbi e i nostri timori circa il ruolo della Chiesa cattolica nella difesa della civiltà occidentale fondata sul primato della coscienza individuale nei confronti di ogni autoritarismo statale od ecclesiastico. Perché mai dovremmo rispettare convinzioni religiose, per di più imposte con la coercizione di uno Stato-Chiesa, che negano alle donne, tanto per fare qualche esempio, gli stessi diritti civili e politici degli uomini oppure rifiutano, alle altre fedi, la stessa libertà di culto che rivendicano per sé? Forse perché alcuni uomini arroganti pretendono di parlare in nome di Dio e di essere gli interpreti autorizzati della sua volontà? Guido Calogero, filosofo del dialogo e maestro indimenticabile di laicità, era solito dire (scherzosamente, ma non troppo) che la prova migliore della non esistenza di Dio sta nel fatto che egli non querela mai gli uomini che dicono di parlare in suo nome, attribuendogli le peggiori sciocchezze e turpitudini. Il papa parla del “timor di Dio” che sarebbe scomparso dalla società occidentale e la indurrebbe a comportamenti cinici tali da offendere le altre civiltà. Ma il primo “timor di Dio” non dovrebbe essere quello di non adoperare empiamente il suo nome per usare violenza alle coscienze altrui, coartandole in nome di una Verità che si pretende assoluta ed esclusiva?

Noi laici e non credenti difendiamo, in ogni occasione, il diritto dei cattolici a praticare liberamente, in ogni luogo, la propria fede, a diffonderla con tutti i mezzi legittimi, a svolgere opera di apostolato con il metodo della libera persuasione. E ci addoloriamo tutte le volte che vediamo il cattolicesimo, al pari di qualsiasi altra confessione religiosa, discriminato e perseguitato, e ci indigniamo, magari con una satira sacrosanta e doverosa (che il papa chiama, invece, blasfema), nei confronti di chi infanga il nome di Dio facendolo coincidere con la propria libidine di potere.

Anche i mafiosi invocano spesso il nome di Dio, nel quale dicono di credere mentre commettono i più vergognosi delitti, ma non per questo meritano rispetto. D’altra parte, anche nel mondo cristiano come in quello islamico, ci sono, contrariamente a quello che afferma il papa, uomini politici che hanno sempre sulle labbra il nome di Dio, e invece di assumersi direttamente la responsabilità di quello che fanno e dei disastri che provocano, tentano di scaricare il peso della loro coscienza sulle robuste spalle della divinità. Non è una buona politica, come non è buona religione quella di chi difende la “sacralità” dei fanatici e degli intolleranti contro i diritti della coscienza individuale. Poiché il papa non intende certamente difendere l’ingiustizia e la violenza, credo che il difetto principale delle sue argomentazioni stia proprio nell’affermazione che bisogna avere «rispetto di ciò che per altri è cosa sacra». Ma questo è relativismo, e non il semplice e legittimo relativismo dell’antropologia culturale, ma vero e proprio relativismo morale, che mette sullo stesso piano aggressori e aggrediti, violenti e vittime della violenza.

Non ciò che per qualcuno è “cosa sacra” merita rispetto, ma solo ciò che è conforme alla dignità di ogni uomo, di ogni singolo uomo, nella sua irripetibile individualità. E questa dignità coincide con la libertà, tant’è che noi laici questa libertà la concediamo anche a coloro che moralmente disapproviamo. Ma il rispetto no, proprio no.

(Dal numero 129-130 di Critica liberale)

(22-12-2006)