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23-5-2006, Ida Dominijanni, BINDI E TURCO FRA PUBBLICO E PRIVATO, il manifesto
Onore al merito di Rosi Bindi nonché di Livia Turco, che su procreazione assistita, Pacs, parto e aborto sono andate subito sotto rete esponendosi in prima persona senza indugiare troppo sui palleggi e senza ballare troppo sulle uova. Niente di fatto, intendiamoci: tutti i paletti possibili saranno posti sulla loro strada dai loro avversari e anche dai loro alleati. Ma almeno le quattro questioni sono state rimesse In campo per il verso giusto e sfilate dal cabaret ideologico e puramente strumentale in cui erano state infilate nella passata legislatura. La legge 40 sulla procreazione assistita si può modificare; le coppie di fatto possono godere di forme di riconoscimento pubblico e non solo firmare dal notaio carte private; le donne non devono necessariamente essere sottoposte al comandamento 'partorirai (e ancor più abortirai) con dolore; questo, in sintesi, il guadagno delle prime esternazioni delle due ministre. Quanto basta per stanare la miseria delle argomentazioni contrarie.
Delle quali lascia esterrefatti in primo luogo il disinvolto slalom fra le categorie di pubblico e privato. Per l’Osservatore romano Rosi Bindi, quando dice che «non è possibile relegare la tutela delle coppie di fatto nella sola sfera del diritto privato», è rea di portare le coppie di fatto alla luce del pubblico; di converso, per l'immarcescibile esperto in famiglia di An Riccardo Pedrizzi Livia Turco, quando dice che la pillola RU486 dovrebbe essere lecita nei limiti della legge 194, è rea di riportare l'aborto nell'ombra del privato. Facile deduzione: il pubblico va bene se si tratta di tenere sotto controllo il corpo femminile, non va bene se si tratta di riconoscere le coppie che non credono nel sacramento del matrimonio. E viceversa: il privato va bene a copertura dell'ipocrisia sociale, non va bene se si confonde con l'autodeterminazione femminile.
In verità le due ministre hanno entrambe riabilitato in due semplici mosse quell'idea di pubblico che è scomparsa, grazie alla destra liberista e non solo, dalla cultura politica italiana. Livia Turco pronunciandosi, oltre che a favore della RU486, a favore dell'inserimento nei livelli essenziali di assistenza dell'anestesia epidurale per il parto: una cosa che dovrebbe essere ovvia in un paese civile. Rosi lindi l'ha fatto non solo pronunciandosi, nel merito, a favore di forme di riconoscimento pubblico per le coppie di fatto, ma prim'ancora, nel metodo, parlando di procreazione assistita da ministra laica e non sulla base delle proprie personali convinzioni cattoliche. Che in materia di procreazione assistita le posizioni della deputata Rosi Bindi siano tutt'altro che permissive e non troppo distanti da quelle della Chiesa è noto e sta agli atti dei resoconti parlamentari della passata legislatura. Il che non impedisce alla ministra Rosi Bindi di consentire laicamente che la legge 40 venga modificata riaprendo il confronto sui suoi punti più controversi. Si chiama, come dice giustamente la diessina Vittoria Franco, autonomia della politica dalla sfera religiosa.
Resta da discutere quali siano i punti in cui la legge 40 va cambiata, e urgentemente. Qualcuno è pronto a concederne uno in nome della salute femminile, quello che riguarda il tetto massimo di embrioni per impianto. E' giusto, ma è poco. Della legge 40, non va dimenticato che oltre a infischiarsene della salute femminile, se ne infischia del principio di uguaglianza. Impedisce la fecondazione eterologa entro i confini nazionali, consentendo di fatto a chi dispone dei mezzi necessari di usufruirne oltre confine, per questa via alimentando forme di cittadinanza censitaria. E impedisce l'accesso alla tecniche di procreazione assistita alle single, per questa via introducendo una forma di discriminazione esplicita fra donne. La riabilitazione del pubblico, idea e pratiche, non può sorvolare su rotture dei principi costituzionali di questa entità.
(23-5-2006) |