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15-11-2005, Gian Enrico Rusconi, BENEDETTO VOLA ALTO, La Stampa

La Chiesa non chiede privilegi e riconosce la laicità dello Stato. Questa è la sostanza del messaggio del Pontefice - ineccepibile sul piano dei principi e delle buone intenzioni. Le parole del Papa hanno toni particolarmente rassicuranti nel riaffermare la natura laica dello Stato e dei suoi rapporti con la Chiesa.

Peccato che riproducono il cattivo paradosso per cui sono gli uomini di Chiesa a definire chi è laico e chi non lo è. Ovvero, in negativo, chi è «laicista» cioè chi (presuntivamente) nega e insidia la libertà d'espressione pubblica della Chiesa. Come se non fosse consentito al laico di autodefinirsi o di dire la sua opinione sulla qualità della dimensione pubblica che la Chiesa sta saldamente acquistando.

A questo proposito la situazione dell'Italia, quale appare dalle parole del Pontefice, è quasi idilliaca. Ai suoi occhi il nostro Paese gode di un momento di particolare armonia con la Chiesa. E il Papa se ne compiace, tra il tripudio dei politici. Eppure mi chiedo se proprio l'insistenza del Pontefice sulla legittima laicità non lasci trasparire una sua velata preoccupazione per il futuro. Quasi una raccomandazione per scongiurare un possibile cambiamento di clima.

In realtà, da noi si abusa della capziosa distinzione tra laico e laicista, diventata il cavallo di battaglia ideologico per discriminare ciò che è gradito alla Chiesa e ciò la disturba. Sollevare perplessità sulla spregiudicata strategia d'intervento della Cei nel passato referendum; dubitare della decenza morale dell'esenzione dall'Ici delle imprese legate alle istituzioni ecclesiali; considerare ancora irrisolta la questione dei simboli religiosi negli spazi pubblici; sostenere con determinazione la necessità del riconoscimento giuridico delle unioni familiari di fatto (con i cosiddetti Pacs) in contrasto con gli inviti dei vescovi - tutto ciò viene considerato segno di cattivo laicismo. Equiparato ad un attentato alla famiglia, alla persona, alla coesione sociale. Insomma espressione di vetero anticlericalismo e di libertinismo. Se le cose stanno così, su questa base non si può costruire un serio dialogo tra laici e cattolici di stretta osservanza ecclesiale.

Papa Ratzinger vola alto quando parla di «legittima laicità dello Stato, che se bene intesa, non è in contrasto con il messaggio cristiano, ma piuttosto è ad esso debitrice, come ben sanno gli studiosi della storia delle civiltà». Certo. Ma, a questo punto, vale il reciproco: le «ragioni laiche», che hanno «radici cristiane», esprimono valori della persona, delle unioni familiari, della natura umana che sono eticamente legittime al pari delle tesi sostenute dalla dottrina cattolica. Hanno pari dignità etica.

Il dissidio dei valori attorno alla persona o alle unioni familiari non è lo scontro tra un «più morale» o un «meno morale» ma tra convinzioni e comportamenti eticamente equivalenti, che si affidano a buoni argomenti e a ragionevoli esperienze. Questa è la concezione laica della società civile e dello Stato che la esprime in forma di leggi.





(15-11-2005)