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Intervento di Enzo Marzo "Contro il neotemporalismo"
Tenuto durante il convegno "Libero Stato e libere Chiese"
Cari amici,
quando denunciammo col Manifesto laico della fine del ‘98 l’invadenza clericale della Chiesa cattolica nel nostro paese non eravamo tanto ingenui da pensare che fosse cosa inedita. Ci aveva colpito, però, la particolare accentuata acquiescenza dei laici.
A parte la perenne vivacità di sparute minoranze, di laici e di cattolici anticlericali; a parte alcune sortite felici (divorzio e aborto) in campo avverso che hanno dimostrato quanto fosse avanzata anche da noi una irreversibile secolarizzazione; a parte tutto ciò, la storia del nostro paese, dopo la conclusione, di fatto e politica, della vicenda risorgimentale, ha visto susseguirsi o totalitarismi od opposizioni e governi fortemente influenzati dalla volontà di egemonia della Chiesa. Quindi, non possiamo denunciare un particolare momento di regressione. Anche se forse il temporalismo, avendo assunto forme e obiettivi nuovi, oggi può sembrare ancor più invadente. Ma è stato sempre così invadente.
Io qui sostengo la tesi della continuità di fondo dello spirito clericale della Chiesa cattolica in mutati contesti storici. Direi che il clericalismo è stato sentito sempre dalla gerarchia come elemento costitutivo e fondante. E a parte un caso di questo giorni, particolarmente odioso, di cui parleremo, non scenderò a una catalogazione minuziosa delle interferenze che il Papa e le gerarchie ecclesiastiche compiono perlopiù nella totale assenza di reazioni laiche. Mi riferisco non a reazioni specifiche, che ci sono, ma a reazioni iscritte in una strategia laica complessiva.
A sostegno della tesi continuista c’è dunque anche la constatazione parallela della permanente debolezza o addirittura assenza di forze politiche davvero laiche, e qui mi riferisco a dirigenti politici che dichiarino di rifarsi a identità e comportamenti laici. Nella Prima repubblica ci furono pseudo- partiti laici, ma la loro azione fu assai limitata, il loro laicismo lo fu ancora meno, la loro subordinazione alla Dc pressoché totale, sino ad arrivare a legittimare la desolante ma giusta formula salveminiana di “bancarotta dei laici”.
Dopo il ‘92, in seguito al tradimento politico di Pannella e dei suoi, è venuta meno anche la sparuta ma efficacissima presenza laica dei radicali, per ciò il Manifesto laico ha riproposto – e, come si dice, con discreto successo di critica e di pubblico – la necessità o almeno la volontà di dare una continuità all’azione laica, e soprattutto di legare con lo stesso filo logico reazioni, pressioni, lotte parziali. Di aprirsi inoltre a un trasversalismo rispettoso delle più differenti provenienze ideologiche, fedi religiose, ateismi, per costituire un cartello, una lobby, che faccia pesare sul mondo politico, mediocre com’è, la forza delle idee che potremo mettere insieme alla sola condizione d’abbandonare ogni settarismo o il solito autocompiacimento di gruppo immacolato nonché ristrettissimo e chiuso in sé stesso. Ora certamente non siamo che a un accenno di inizio, ma la volontà esiste, e ne esiste anche la necessità sempre più pressante. Basta tener presente che i laici, come noi li intendiamo, non si sono mai contrapposti ai cattolici o ai credenti, bensì al clericalismo e ai clericali. Ugualmente, però, gli scettici non possono condannarsi al silenzio (lo diciamo a qualche laico autorevole che preferisce sterilizzare il laicismo in una torre d’avorio), e dare voce e organizzazione alle proprie idee laiche o di qualunque altro genere non significa dare origine a un’altra Chiesa. Avere il dubbio come metodo non comporta la passività nei confronti dell’egemonia altrui. Individuare un avversario e denunciarne le malefatte non significa cominciare ad assomigliargli.
Siamo probabilmente alla vigilia di nuovi sommovimenti politici, ma per il nostro discorso cambia poco. La Destra prossimamente al potere ci riuscirà ma dovrà impegnarsi assai se vorrà superare in peggio la Sinistra che abbiamo subito in questi anni. Siamo convinti che una parte, forse piccola forse non piccola, del disastro politico ed elettorale dell’attuale polo di maggioranza è dato dalla manifesta subordinazione all’egemonia clericale. I ds hanno dimostrato d’essere rimasti chiusi all’interno del cinismo togliattiano, e in loro vediamo persino il gusto perverso dell’esibizione del servilismo. C’è voluto un cattolico assai moderato come Scalfaro per far notare a quale livello di degradazione fosse arrivato il ministro Berlinguer andato ad omaggiare il papa mentre faceva una manifestazione politica su una legge dello Stato italiano.
S’è persino fatta adombrare, senza arrossire, la possibilità che prossimo leader del polo di centrosinistra potesse essere uno come Fazio. D’Alema l’ha candidato. Non s’era mai dato il caso esemplare di un suicida che, anche dopo morto, continui a dare coltellate a sé e alla Sinistra. Fazio, attualmente editorialista dell’”Osservatore romano”, è personaggio abituato ad andare per le spicce e così, per non perdere tempo, ha presentato il suo programma politico direttamente alle “Settimane sociali” delle Chiesa. Da vero uomo di Stato, ama confondersi con le vecchiette lefevriane nella messa celebrata per recriminare contro l’usurpazione consumata il Venti Settembre, giorno dell’unità d’Italia.
Negli ultimi giorni un altro laico-chierichetto che sta a Palazzo Chigi è arrivato a dire che i “cattolici hanno una marcia in più” rispetto ai laici perché nutrono “straordinario amore” per gli altri, perché “arrivano a rinunciare perfino alla propria verità per amore”. Ci auguriamo che Amato si sia fatto dentro di sé matte risate mentre diceva queste frasi. Vogliamo assecondarlo in questa comica? Ha ragione Amato, diremo di più: i cattolici si sono sempre lasciati andare a vere notti d’amore, di passione amorosa, per esempio durante la notte di San Bartolomeo. Ad amori brucianti per streghe filosofi ed eretici che, testardi, non li volevano seguire nella letizia della rinuncia delle proprie opinioni. Ad amori selvaggi per milioni di indigeni dell’America centrale e del Sud. A un amore timido e muto come quello di Pio XII per gli ebrei. A un amore avventuroso e rischioso come quello per gli africani abbandonati all’aids. Fino ad arrivare a veri turbamenti amorosi – oggi – per la minoranza omosessuale.
La Sinistra ha creduto di poter consolidare il proprio potere cercando di mostrarsi cedevole all’egemonia confessionale. Nella Sinistra senza identità c’è la rassegnazione verso quelle che sono considerate le caratteristiche permanenti e immodificabili del carattere degli italiani forgiato da molti secoli di dominazione confessionale. Ma chi altri, se non le forze di sinistra, possono assumersi la responsabilità della rivoluzione della civiltà liberale moderna? La responsabilità d’una complessiva politica dei diritti? Chi altri, possono far valere i principi di libertà di coscienza, di separazione tra sfera privata e sfera pubblica, di aconfessionalità dello Stato e della politica? Tutti princìpi abbastanza scontati in Occidente, meno che da noi. Ci ritroviamo con classi dirigenti senza virtù civili, scettiche nella possibilità d’un’etica non confessionale, subordinate psicologicamente, furbacchiotte di mezza tacca, “purtroppo” costrette a essere democratiche, opportuniste disposte a qualsiasi compromesso. Alla fine, la loro arroganza si trova con un pugno di voti secchi in mano. Qualche tempo fa divenne celebre un invito: “Dite qualcosa di sinistra”. Noi siamo minimalisti e ci accontentiamo di poco, di un “Dite qualcosa di diverso da Storace”.
Un tempo, mi ricordo, ricorreva, partendo dalla sinistra, uno slogan che ora sembra ritorcersi contro la Sinistra stessa: “pagherete caro, pagherete tutto”.
Tutto sommato la sconfitta di D’Alema non è stata la vittoria di Berlusconi ma il trionfo della politica, la quale non sopporta gestioni avulse da qualsivoglia sistema di valori. E punisce senza misericordia. La Destra berlusconiana in questi anni è andata al sodo, ha tessuto la solita unione di liberismo selvaggio con interessi confessionali, non ci ha pensato due volte prima d’indossare la casacca scudocrociata europea. Peggio per quegli pseudo-liberali che per anni si sono adoperati non per un liberalismo di massa come loro speravano, ma per un liberalismo di messa. Ma almeno questi stanno a destra e non si mischiano alla sinistra per deturparla.
Almeno nella Prima repubblica il temporalismo della Chiesa era sì avvantaggiato dall’accondiscendenza togliattiana e poi craxiana, ma era in qualche modo mitigato in alcune occasioni dalla stessa Democrazia cristiana. Al contrario, la Seconda repubblica ha visto il fiorire di parecchie formazioni dichiaratamente cattoliche, tutte in concorrenza tra di loro nella gara di chi sia la più clericale, tutte desiderose d’avere l’investitura pontificia, tutte che agognano i quattro voti (perché non sono molti di più) condizionati direttamente dalla curia. Miopissimi calcoli elettorali stanno condizionando tutte le forze politiche.
Quindi, continuità, pur nella variazioni storiche. Domenico Settembrini anni fa stese un catalogo delle interferenze più gravi della prima parte della Prima repubblica. Erano senz’altro più di “milletré”. Sarebbe noioso continuare quell’infinito elenco. Chiunque stia qui sa perfettamente che quel rosario non s’è mai spezzato, e saprebbe indicarne qualche grano in aggiunta. Per questo mi astengo. O quasi.
Alcuni giorni fa s’è riunita la Conferenza episcopale italiana. Chi leggesse la relazione del suo Presidente, cardinale Ruini, senza conoscere la fonte non avrebbe dubbi: questo – direbbe senza esitare - è il solito discorso programmatico d’un presidente del consiglio democristiano o di centrosinistra. Ruini, infatti, si guarda bene dal trattare questioni di fede come si aspetterebbe qualche ingenuo, ma con la stessa burocratica piattezza catalogativa d’un Goria o d’un Amato si trascina dalla crisi della pubblica amministrazione (non del Vaticano ma dell’Italia) alla crisi demografica, dall’instabilità politica alla capacità decisionale dell’Esecutivo, fino all’umoristica ammonizione sulla necessità che un potere dello Stato non prevarichi (usa proprio il termine prevaricazione) sugli altri poteri. Ma nonostante questa sensibilità e scrupolo democratico riservati agli altri, Ruini ha voluto dare al suo discorso programmatico addirittura un’ampiezza decennale, ben due legislature. Alla fine è giunto alla proposta sull’indulto che voi conoscete, su cui il ministro della Giustizia italiano s’è subito dichiarato incompetente. Ma di chi è la competenza, ci chiediamo? E’ di Ruini, forse?
Nessuno ha protestato, tutti hanno discusso la proposta come se provenisse dal premier o da un partito politico. Ma possiamo mai avere un cardinale che parla come un presidente del consiglio, e un presidente del consiglio che parla come un cardinale?
Qui arriviamo al punto centrale: perché quest’assenza di scandalo? Ci piacerebbe che ci fosse un uomo politico italiano con il coraggio di domandare: ma perché Ruini pensa alle carceri italiane e non si preoccupa di togliere la pena di morte dal catechismo della sua Chiesa? Qual è il clima culturale che permette questo equivoco?
M’interessa non nascondere le carenze di parte nostra. Abbiamo difeso evidentemente troppo poco le idealità laiche. E così si sono andati formando alcuni settori intellettuali di provenienza laica, che laici non sono più da tempo, i quali si danno un ruolo facendo finta di dialogare con la Chiesa, ma il loro non è che un gioco delle parti, perché su entrambi i fronti c’è l’identica volontà d’imprimere un nuovo slancio e nuovi alleati al clericalismo.
Come sempre accade, c’è una interpretazione “alta” di questo ruolo e un’interpretazione terra terra. L’interpretazione “alta” parte da un’analisi non nuova e secondo me sbagliata della storia patria. Si ritiene che la fase post-risorgimentale abbia avuto “un deficit di moralità e di religione” e che “la cultura politica liberale oggi non possa che passare attraverso l’incontro tra quella cultura e la morale cattolica”. Quanta confusione in questi storici! Si adoperano indifferentemente i due termini “cristianesimo” e “cattolicesimo”, come se non avessimo avuto la Riforma e, soprattutto in Italia, la Controriforma. Si mostra d’ignorare che il liberalismo ha tra le sue fonti principali, e il suo motivo d’essere, proprio la ripulsa contro il dogmatismo, la verità rivelata e pure la morale della Chiesa cattolica. E’ nato da lì. Si fa finta di credere che la morale cristiana e quella cattolica siano la stessa cosa. E poi che senso ha parlare di Stato etico o addirittura religioso? Il liberalismo ha tutt’altra moralità, lo Stato è di diritto e quindi neutrale, stabilisce le regole e non fa prediche. Al di fuori di questo c’è solo opportunismo e robaccia da Stato etico. Queste teorie che girano e che si accreditano come nuove sono invece vecchissime, già Mussolini se ne fece interprete cercando di legittimarsi accordandosi con la Chiesa. Il liberalismo, il laicismo italiano, anche quello più serio, ha molte colpe ma certamente se avesse fatto il compromesso storico con la politica clericale avrebbe perso pure l’anima. E il laicismo meno serio, quando questo compromesso l’ha accettato, l’anima l’ha persa ed è diventato irrilevante.
E poi c’è l’interpretazione più girouette, più trasformista. Così vediamo biografie che partono dall’innamoramento per Ingrao fino a slittare, continuando a servire passando da un potente all’altro, fino a Prodi, a Segni, alla ridicola affermazione di “equidistanza” tra Destra e Sinistra subito contraddetta dai finali servigi offerti contemporaneamente a Berlusconi e a Ruini. Alludiamo a un trasformismo molto poco liberal e assai clerical di figure minori del sottobosco giornalistico e politico. Ma gli uni e gli altri, “alti” e “terra terra”, quanta confusione arrecano!, perché contribuiscono a intorbidare le acque della politica inquinando parole e concetti. A loro preferiamo mille volte la chiarezza curiale. Sono loro i diretti discendenti di altre generazioni di laici-chierichetti (a proposito, li chiamo così perché sono i chierichetti a indossare caricature di tonache e a servire i preti) sempre pronti a occupare spazi impropri, dilapidare patrimoni ideologici piegandoli al compromesso, alla negazione di sé stessi. Pensiamo a quelle che non erano che correnti esterne della Democrazia cristiana, che per un po’ di potere immaginario si sono mascherate da laiche. Che nella loro quieta e servile vita a servizio della Dc non hanno mai dato consistenza a una coscienza davvero critica, né una presenza politica apprezzabile. Uno dei capolavori della Democrazia cristiana, tocca rendergliene atto, è stato quello di far rimuovere a Spadolini la polvere fascista che ricopriva il Concordato mussoliniano, e a far firmare i nuovi ma immutati accordi a Craxi. Chapeau!. Questi laici-chierichetti hanno fatto sempre finta d’affannarsi a creare la mitica “terza forza”, quella che i francesi chiamavano non “troisième force”, bensì “troisième farce”. Oggi la durezza della storia li costringe a squalificarsi un po’ di più nella braccia berlusconiane, tocca a loro l’umiliazione di vedersi destinati ai peggiori servizi clericali direttamente sulle pagine dell’”Avvenire”.
Ma, a questo punto, mi si potrebbe contestare il titolo. Allora, perché neotemporalismo, se si sostiene la continuità tra passato e presente? Se i cosiddetti laici restano gli stessi opportunisti di sempre. Se l’egemonia cattolica sul nostro paese rimane. Se il turbamento per il Gay Pride è identico al turbamento per la rappresentazione del Vicario a Roma, parecchi decenni fa. Se chissà quante volte i presidenti del Consiglio democristiani hanno pensato – ma non detto, perché loro non avevano bisogno di strusciarsi pubblicamente al clero – hanno pensato “purtroppo” c’è la Costituzione…
E qui apro la parentesi che tutti si aspettano: il Gay Pride. Una parentesi che dedico a tutti quelli che alla sortita del Manifesto laico ci seppellirono con l’accusa che eravamo “arcaici”, che vedevamo contrapposizioni ideali sparite da tempo. Che la nostra era una forzatura intellettuale, una crociata (ironia delle parole) contro una Chiesa che nel frattempo s’era modernizzata e laicizzata. Ed ecco invece una bella frittata clericale, spadellata fresca fresca.
Sul Gay Pride, tra di noi, bastano pochissime parole, ma che siano pietre, perché, fuori di qui è necessario che si sappia che “purtroppo” i laici italiani non sono disposti a tornare a prima del 1777, quando nella costituzione del Vermont fu scritto semplicemente: “Il popolo ha diritto di riunirsi”. Punto. Né a prima del 1787, quando nella costituzione federale americana fu scritto nel primo articolo: “Il congresso non potrà restringere il diritto che il popolo ha di riunirsi pacificamente”. Punto. Né a prima del 1791, quando in Francia fu scritto che la Costituzione “garantisce, come diritti naturali e civili, la libertà ai cittadini di riunirsi tranquillamente e senza armi”. Punto. Noi non abbiamo mai creduto davvero alla proibizione della manifestazione. Ma consideriamo forse ancor più grave dello stesso possibile veto che il dibattito attuale abbia insistito sul chi, sul quando e sul dove di una libertà civile. La quale è, a prescindere di chi si riunisce e perché. Se facciamo un passo indietro di un millimetro su questo principio ricadiamo nella barbarie. Se pochi o molti cittadini decidono di riunirsi pacificamente, la loro decisione è sempre, dico sempre, opportuna. Ogni manifestazione è fatta per turbare coscienze e sogni altrui. Siamo in attesa di conoscere aldilà di quale chilometraggio la coscienza del papa smette di turbarsi. Vorremmo sapere anche se la coscienza del papa si turba per la contemporanea dimostrazione dei nazisti. L’8 luglio, per volontà della Chiesa, d’alcuni fascisti e della irresponsabile titubanza (o peggio) di parte della Sinistra su questi concetti elementari, il Gay Pride non sarà più una festa d’una minoranza ma di tutti quei cittadini che tengono alle libertà civili basilari del proprio paese. Per questo vi risparmio la frase (che sarebbe un po’ retorica) che per l’8 luglio noi laici ci sentiamo tutti gay. Anzi, rovescio la formula (e vi prego di farmela passare, sapete come la penso): l’8 luglio tutti, gay e non gay, consapevolmente o no, saranno tutti liberali perché in quella giornata testimonieranno comunque per l’affermazione del valore della libertà. Chiusa la parentesi.
Quindi continuità, eppure un grande differenza si sta profilando sotto i nostri occhi. La quale, però, non riguarda che marginalmente la provincia Italia. La differenza sta nel disegno globale della Chiesa di Wojtyla. Recentemente Jean Marie Lustiger, arcivescovo di Parigi, lo ha scritto chiaramente. Seguiamo con attenzione la sua analisi. Il punto di partenza è la ripetizione di tre constatazioni anche troppo diffuse: 1) “la mondializzazione non si accontenta di ricoprire di fatto tutto il pianeta, pretende di ridefinirlo di diritto come un villaggio unico”. 2) la mondializzazione è finora a-politica ed economica. 3) nessuno Stato, anche se totalitario, può resistere alla “pressione dell’economia che – dice molto poeticamente il cardinale – pesa sulla mondializzazione come la corrente di un mare di cui nessuna terra blocca le onde”. Domanda conclusiva: è possibile l’autoregolamentazione della mondializzazione? Al cardinale l’espressione “villaggio unico” ispira la risposta: un parroco unico. Infatti scrive: “una tale regolamentazione è possibile, perché è già effettiva. Vi propongo di riflettere sull’esempio di una comunità mondializzata da secoli, nella quale dimorano, coabitano, o meglio comunicano insieme comunità di paesi, di lingue, di culture, di livelli economici e sociali, di regimi assolutamente differenti e diversificati, non senza conflitti, ma senza scismi, non senza separazioni, ma sempre, alla fine, nell’unità. Questa comunità (…) è –l’avete indovinato? – la Chiesa cristiana”.
Il sogno della Chiesa è semplice: estendere al mondo intero l’egemonia che gode oggi in Italia. Certo, questo sogno ci appare velleitario, persino assurdo, perché non tiene conto che la definizione della Chiesa come “comunità mondializzata da secoli” è imprecisa, che dimentica appena appena altri due monoteismi irriducibili, la new age e altre svariate fedi, e che sicuramente è una astrazione la sicumera di coprire l’intero globo terracqueo, se non altro perché non tiene conto che la mondializzazione probabilmente è tutta interna al desiderio cosmopolita della cultura laico-illuminista. Il cardinale accantona la politica, ma invece è probabile l’affermazione della necessità “politica” di regolare i rapporti tra Stati così come si giunse a regolare i rapporti tra cittadini nei singoli Stati liberaldemocratici. Ed è questa la condizione per stabilire una pace duratura. E in quel momento sarà più evidente l’avversario. Il cardinale suggerisce un modello per la mondializzazione, quello della Chiesa dei cristiani, il solo in grado di tenere unite tante diversità. Ne esce un quadro inquietante, un incubo, in cui la globalizzazione è imbrigliata in una traduzione post-moderna della teocrazia medioevale. Ricordiamoci che l’assolutismo della Chiesa rimane l’ultimo dei grandi modelli organizzativi del totalitarismo.
Con questa chiave di lettura offerta da Lustiger andiamo a interpretare l’altrimenti incomprensibile decisione di papa Wojtyla di beatificare Pio IX. Potrei rallegrare o agghiacciare la sala leggendo, di Pio IX, alcuni esilaranti stralci che costituiscono l’ultima coerente contrapposizione frontale al liberalismo e al moderno. Copriremmo di ridicolo la Chiesa ma non faremmo un passo avanti. Mi preme semmai di più ricordare il dramma dei cattolici liberali dell’epoca. Dramma spesso addirittura straziante, comunque rispettabilissimo. Quello di un lord Acton, per esempio. Il cattolicesimo liberale già aveva il suo da fare per conciliare in se stesso la contraddizione tra fede e relativismo, tra verità assoluta e dubbio. Ma Pio IX gli inferse il colpo decisivo quando proclamò il dogma dell’infallibilità del papa. Un eccesso che demolì in quei tempi più di un credente liberale. Ora papa Wojtyla si accinge, non a caso, a esaltare con la beatificazione l’opera dell’ultimo papa-re. L’ultimo temporalismo e la prima dichiarazione solenne d’infallibilità del papa. Wojtyla chiude il suo pontificato correndo a ritroso, ma se leggiamo il tutto con il discorso più esplicito di Lustiger, vediamo che gli scopi di questa marcia indietro sono proiettati nel futuro. S’intende regredire a un disegno teocratico mai così esplicito. Non è un caso che il Papa salti il novecento, le inquietudini di larga parte del cattolicesimo pensoso e conciliare per riallacciarsi a chi dominò lungo l’intero ‘800 difendendo in ogni modo il potere temporale e il concetto di Verità Rivelata. Nonché il papato unico interprete infallibile. Anche Wojtyla ha personalizzato la Chiesa nel suo Capo, ha distrutto la Chiesa-comunità. A lui serve l’unità dei cristiani ma non può non rendersi conto che ogni suo gesto la rende sempre più impossibile. Non è un caso che ricorra con grande cinismo all’esaltazione persino di “rivelazioni private”, come quelle di Fatima, che sono state tenute sempre un po’ a distanza dalla Chiesa, prudentemente fedele al principio più volte ripetuto da Ratzinger che “la Rivelazione è terminata con Gesù Cristo”. Ma questo Papa, così spettacolare, così teocratico, così abbandonato al consumo di massa, ha bisogno di sempre nuove rivelazioni, deve stupire in continuazione il telespettatore con ostentazioni impudiche, con abiti fluorescenti, con favole antiche, con superstizioni rimodernate. Sa che un capo politico non può farsi scrupolo dei mezzi. Ratzinger ora forse si morde le labbra per aver pronunciato nell’’85 la frase: “Pubblicizzare il terzo segreto significherebbe anche esporsi al pericolo di utilizzazioni sensazionalistiche del contenuto”. Il suo papa ha costruito meticolosamente proprio questa “utilizzazione sensazionalistica” come motivo fondamentale di quella visione teocratica mondializzata. Non so quanto possa essere apprezzato dalle Chiese protestanti il recupero sfacciato del culto mariano che risale, guarda caso, anche questo proprio a Pio IX.
Il papa polacco, che si trasforma da sé in un’icona, secondo la definizione un po’ adulatoria di Ruini, dà molte soddisfazioni a noi laici. Perché la bellezza e il valore del libero pensiero “splendono” di più se la Chiesa rimane aggrappata al tomismo, al dogmatismo, al culto totalitario della personalità.
Forse è un errore di prospettiva ottica convincersi che la Chiesa sia fortissima solo perché trionfa nei palinsesti televisivi. Lustiger ricorda, credo soprattutto a se stesso che “gli imperi muoiono, finiscono tutti per morire”. “L’umanità li ha visti crollare talvolta nell’istante stesso del loro apparente apogeo”. Speriamo che il cardinale abbia ragione. Chissà se la Chiesa cattolica reggerà all’assalto contemporaneo di progressiva secolarizzazione, multiculturalismo e religiosità più semplicistica. Il crollo distruggerebbe la piramide gerarchica, ma chissà se la fede non se ne gioverebbe. Il papa settimanalmente indica come spauracchi l’individualismo, il relativismo, il consumo di massa. Credo che lo scontro tra tomismo e filosofia moderna sia impari, tra moralità bigotta e valori etici che provengono dalla coscienza individuale sia altrettanto impari. Chissà se questo impero non stia davvero in difficoltà. Forse un segno tangibile di questa crisi è lo scetticismo d’un papa che predica bene ma poi si lascia più che volentieri ingurgitare nel più subdolo vortice – la società dello spettacolo – che l’attuale massificazione totalitaria abbia escogitato.
Grazie
Scusatemi, ma vi devo leggere una lettera che è arrivata alla presidenza del Convegno.
“Cari Amici, l’età avanzata e la malferma salute mi vietano di venire a Roma e partecipare alla vostra opera di studio sulle relazioni fra Stato e Chiesa. Ma l’argomento è così importante che mi credo in obbligo di esprimere su di esso alcune mie opinioni per quanto possano valere.
E’ di moda oggi fra i praticanti anche di sinistra affermare che il nostro Pese non sente il problema delle relazioni fra Stato e Chiesa.
La verità è che questo problema non lo sentono o fanno finta di non sentirlo i politicanti suddetti, ma fra le nuove leve (…) il problema è sentito assai profondamente. E se il vostro convegno riesce a dare un’espressione al bisogno, che a me sembra universale specialmente nella gioventù, di mettere fine agli equivoci e agli opportunismi, voi non perderete il vostro tempo.
Il vostro convegno dovrebbe chiudersi senza tante storie col domandare l’abolizione totale del Concordato. Grazie al cielo c’è ancora molta gente in Italia che non vede i problemi essenziali della vita italiana attraverso meschine preoccupazioni parlamentari ed elettorali. Se voi riuscirete a dar voce al pensiero che non tollera più l’asservimento (…) farete opera veramente meritoria. Non si tratta di preparare una prossima vittoria elettorale. La lunghezza dell’attesa non deve spaventarci.
Siamo – se siamo – in regime di democrazia. In un regime siffatto la minoranza deve consentire che governi la maggioranza e la maggioranza oggi in Italia è conformista e governativa. (…)
Il nostro ufficio deve essere quello di (…) fare dell’anticlericalismo non astratto ma concreto, con sorveglianza, e aggressività in ogni ora.
Se il vostro gruppo di studio si trasformerà in gruppo di azione permanente, se questo gruppo, il quale si specializzerà nell’esame di tutte le relazioni fra Stato e Chiesa, denuncerà i vecchi e nuovi attentati alle nostre libertà, il presente convegno potrà essere il principio di nuovi sviluppi nella politica interna italiana.
La nostra salvezza è nelle nostre mani”.
Questa lettera, di cui ho citato i passi essenziali, fu inviata da Gaetano Salvemini nel 1957 agli “Amici del Mondo”, riuniti a convegno su “Stato e Chiesa”. Facciamo in modo, noi, di farla arrivare finalmente a destinazione.
(1-10-2000) |